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LETTERA ALLE FIGLIE UCCISE/ Così un padre riscopre il dono della vita

Le bambine di Lecco (Immagine d'archivio) Le bambine di Lecco (Immagine d'archivio)

Se ognuno fosse padre o madre solo per le proprie forze, ma anche marito o moglie, renderebbe il proprio figlio – o il proprio matrimonio – un prodotto del suo sforzo e del suo impegno e non un semplice e misteriosissimo dono. La vita, invece, non può mai essere totalmente afferrata o posseduta: la vita ci è sempre affidata, consegnata, per un certo tempo. 

Noi viviamo non per trattenere, ma per restituire. Solo restituendo, infatti, sperimentiamo la libertà vera e l'amore autentico, solo restituendo impariamo a costruirci come persone, come amanti, come genitori. Tutta la vita è una grande scelta fra la tentazione latente del possesso, e quindi della violenza, e la delicatissima possibilità dell'amore che sgorga, quotidianamente, dal riaccorgersi continuamente che ogni istante è un "presente donato", una Parola con la quale Dio ci interpella e ci chiama a costruire e a donare. L'illusione del nostro tempo è proprio quella che possa esistere qualcosa di totalmente mio. Nello sguardo della fede, di chi sta davanti ad una Presenza, tutto è mio perché tutto è di Cristo. E io possiedo la realtà solo nella misura in cui partecipo del possesso misterioso e libero di Cristo. 

Nessuno è padrone del proprio figlio o della propria moglie: tutti riceviamo la vita, il lavoro, le giornate, come un dono gratuito di cui – un giorno – dovremo rendere conto. Ma, in realtà, già ogni giorno rendiamo conto di come trattiamo la realtà. La sofferenza, in effetti, spesso testimonia quanto riteniamo nostro ciò che nostro non è, quanto riteniamo dovuto ciò che invece è gratuito, quanto siamo sindacalisti dei nostri diritti più che figli di un unico Padre.

È proprio questo atteggiamento di possesso e di proprietà che ci porta a soffrire. Perché tra il dolore e la sofferenza c'è proprio un abisso: il dolore da un lato brucia ed educa, la sofferenza dall'altro rivela il nostro giudizio ultimo sulle cose: più soffriamo per qualcosa, più abbiamo surrettiziamente considerato quel qualcosa come dovuto, come un diritto nostro inalienabile. Quando siamo dilaniati dal dolore, allora, le nostre lacrime sono solo l'alba di un uomo nuovo, mentre quando siamo distrutti dalla sofferenza ciò che poi nasce è la rabbia, il desiderio di vendetta, la latente recriminazione. 

Noi, quindi, non sappiamo che cosa ci sia nel cuore di un padre che perde le sue tre figlie, non sappiamo neppure che cosa ci sia nel cuore di un marito che vede la propria moglie uccidere, ma sappiamo – certamente – quanto ognuno di noi ha bisogno di imparare che tutto è dono e che tutto può esserci portato via da un momento all'altro perché di tutto, in realtà, noi siamo semplicemente custodi. È questo il mistero dell'uomo, il mistero di quell'ultima solitudine di fronte al Destino che – ogni giorno – ci sfida a prendere una posizione, di amore o di violenza, dinnanzi ad ogni particolare della vita. Soprattutto di fronte agli occhi e al volto delle persone con cui ognuno di noi desidera seriamente andare in Paradiso.

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COMMENTI
15/03/2014 - Meditazione (Pierluigi Assogna)

Pensieri molto belli per meditare