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DON GIUSEPPE DIANA/ Don Patriciello: noi serviamo Dio e l'uomo, ma lo Stato dov'è?

Pubblicazione:mercoledì 19 marzo 2014

carabiniere_mafia (infophoto) carabiniere_mafia (infophoto)

20 anni fa la Camorra assassinava don Giuseppe Diana. Il suo impegno antimafia quotidiano dava troppo fastidio e così, il 19 marzo 1994, il 35enne parroco di Casal di Principe fu ucciso da un sicario nella sua chiesa di San Nicola di Bari, mentre si preparava a celebrare la messa. Il suo più celebre scritto è “Per amore del mio popolo”, un documento datato Natale 1991 e diffuso in tutte le chiese di Casal, contro il sistema criminale che soffocava e tuttora tiene imbrigliata la Campania (ma non solo). A 20 anni di distanza, Don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, attivissimo sul fronte Terra dei fuochi, che da anni lotta al fianco dei cittadini contro la malavita organizzata, lo ricorda e lancia un nuovo grido d’aiuto allo Stato.
 
20 anni fa la camorra assassinava don Giuseppe Diana.
Domani (oggi, ndr), alle 7,30, diremo la messa che don Peppe non celebrò quella mattina. Io fui uno dei primi ad arrivare dopo che fu ucciso. Mi avvisarono e io corsi da lui, alla sua parrocchia. trovandolo riverso nel sangue.
 
Che cosa è stato don Giuseppe?
È stato un modello incredibile, che rimane. Gli eroi e i santi martiri mi mettono a disagio: io amo le persone normali, come Peppino. Non si atteggiava, ma aveva la schiena dritta. Lui è nato a Casal di Principe e lì divenne parroco. Si rese conto subito che la camorra era una brutta bestia e che bisognava osare di più per sconfiggerla. La chiesa ha sempre predicato contro ogni tipo di prepotenza, ma forse si doveva fare di più. Ecco, Peppino lo ha fatto: ha dato fastidio, ha scosse le coscienze, e per questo ha pagato.
 
In questi due decenni qualcosa è cambiato?
Da quel giorno la nostra vita è cambiata e tutti noi facciamo i conti con il martirio di Giuseppe Diana. Tanto è stato fatto, ma altrettanto è da fare. I capi storici del clan dei Casalesi sono tutti in galera, ma – come dico e scrivo spesso – la camorra è un albero maledetto che affonda le radici maledette in un terreno maledetto, che è la cultura camorristica. Alla camorra danno fastidio tutte le persone libere: ha bisogno di pecore che si accodano e obbediscono. Ora, se non prosciughiamo questa palude, questo albero troverà sempre nutrimento. Bisogna sottrare loro la linfa.

Cosa manca ancora?
Ci vuole, anzitutto, una presenza forte dello Stato. Mi dispiace davvero dirlo, ma tante volte lo Stato non c’è, non c’è proprio. E quella che in tanti chiamano omertà è in realtà paura: in un posto dove lo Stato è assente e il camorrista onnipresente, non tutti hanno il coraggio e la vocazione al martirio, soprattutto le mamme e i papà che sanno quali rischi corrono i propri figli. Ci vuole assolutamente una presenza massiccia delle istituzioni. Faccio un esempio…

Prego.


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