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Cronaca

IL CASO/ Carlo dice no alla "neknomination": la libertà vale più di una sbronza

Uno studente torinese ha rotto per la prima volta la catena del cosiddetto "Neknominate", bevendosi un bicchiere di aranciata. E dicendo no a un "gioco" molto pericoloso. LUIGI BALLERINI 

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Neknomination è un termine che i frequentatori di Facebook conoscono bene, soprattutto se hanno fra i loro contatti molti giovani o se lo sono loro stessi. È una pratica importata dall'Australia - dove è nata a gennaio - che si è rapidamente diffusa in Europa e ora anche da noi. Bastano alcune bottiglie di alcolici, una connessione in rete e una webcam per realizzare, nella sua forma più completa, una recita che prevede quattro atti. Atto primo: ci si attacca al collo della bottiglia (nek) di un alcolico e superalcolico, possibilmente fino a ubriacarsi. Atto secondo: si compie una bravata da ubriachi. Atto terzo: si posta il tutto in rete (perché ovviamente i primi due atti sono stati accuratamente filmati). Atto quarto: si nomina (nomination) qualcuno che entro 24 ore deve fare lo stesso. La "moda" ha già mietuto alcune vittime nel mondo, si parla di qualche decina di giovani morti per overdose di alcol o per le conseguenze dei gesti compiuti in completo stato di ebbrezza e incoscienza. 

Per fortuna la pratica assume generalmente una forma molto più blanda, meno estrema, si riduce a scolare tutta di un fiato una bottiglia di birra e nominare successivamente una serie di amici che devono fare altrettanto. Fa una certa impressione tuttavia osservare come i (tantissimi) nominati non riescano a sottrarsi a perpetuare questa catena, anzi contribuiscano ad amplificarla nominando a loro volta più persone, trovandolo divertente. Si tratta di una "prova" da superare per testimoniare di essere forti, di non essere dei codardi, di essere forse grandi. Sottrarsi sarebbe interpretato come un gesto da pavidi, da deboli. 

Poco importa qui il contenuto della nomination, al quale potremmo mettere la classica x di indeterminatezza, resta il fatto che basta che l'altro mi nomini perché io debba eseguire. La nomina diventa infatti un comando irresistibile, cui sembra impossibile sottrarsi, cui il soggetto si sente costretto a obbedire per dimostrare a sé e al mondo dei pari di che pasta è fatto, la pasta dei duri, di quelli che non dicono no. 

Che atto di forza e potenza sarebbe invece dire no! Significherebbe anteporre il proprio giudizio al comando di un altro, quel pensiero che fa valutare se un atto convenga realmente, se porta frutto o danno, se interessa davvero oppure no. All'appagamento narcisistico di un'impresa da postare ed esibire in rete si sostituirebbe allora la soddisfazione di un atto di pensiero che ha valutato il vantaggio del proprio operare e ha agito di conseguenza.