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MANLIO SGALAMBRO/ Non credeva in Dio ma cercava con rabbia la verità delle cose

Pubblicazione:venerdì 7 marzo 2014

Manlio Sgalambro (1924-2014) (Infophoto) Manlio Sgalambro (1924-2014) (Infophoto)

E anche raccontava della sua infanzia a Lentini e di un bombardamento che aveva visto a Catania in piazza dei Martiri e di un inquisitore del Cinquecento che si chiamava appunto come lui, Sgalambro. Del suo cognome, Sgalambro, andava fiero perché significa in calabrese "calabrone" e l'idea di emettere il ronzio di un calabrone, cioè un fastidio, gli piaceva. 

Gli piaceva dare fastidio. Così i colti strabuzzavano gli occhi quando lo vedevano sul palco a cantare con le ragazze. Così gli incolti strabuzzavano gli occhi quando diceva, per esempio, "tutto ciò che è e che non è, ma in simulacri, per scorcio, in ombre, ombre tremolanti come fiammelle, più fatte di buio che di luce". Era un distruttore di certezze, anche religiose. Il Trattato dell'empietà è un colpo di spada all'idea di Dio. La morte del sole ha fatto disperare molti pensatori. Inizia con una citazione di Hegel "c'è molto movimento, ma è un movimento di vermi". Manlio Sgalambro diceva che la chiacchiera è inutile, come lo squittio dei topi. Eppure parlava, parlava e soprattutto scriveva. 

Fino all'altro ieri, ormai su grandi fogli, con matite grosse perché la vista si era assottigliata e la mano non era più salda. Fino all'ultimo camminava nel corridoio di casa su e giù per non perdere il vizio del cammino. Per non perdere soprattutto la vita a cui teneva molto. Così è morto il filosofo e l'amico e il cantante e il poeta che voleva con il pensiero cambiare il mondo. Addio, Manlio, non ti posso dire arrivederci.



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