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IL CASO/ Eterni.me, lo sforzo vano di "abitare" il Sepolcro vuoto

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Che pietà dolente, per questa povera umanità inquieta e cieca, davanti al mistero dell’essere. Dio ha risposto, offrendo il dono di un’acqua che placherà ogni sete. Ha introdotto la categoria della vita eterna quando soltanto ci si impegnava per far perdurare i corpi.

Ha parlato di paradiso a chi non vedeva che urne vuote e polverose, a chi sperava di resistere al tempo con la sua gloria, fosse d’armi o di sapienza, d’arte o di bellezza. A chi piangeva sui sepolcri ha donato un sepolcro vuoto, e un uomo ferito, trafitto, ma splendente di luce, che ha parlato, mangiato con i suoi amici, che ha dato un corpo e una voce alla speranza.

Aveva già chiamato dalla morte alla vita: un compagno, una bambina. Al momento della sua morte in croce, si aprono le tombe e i santi rivivono, e si lasciano incontrare per le strade di Gerusalemme. Lo testimonia chi ha scritto con fedeltà tutta la storia, tendiamo a non ricordarlo. Gesù promette la vita eterna, non l’immortalità. Ma non può chiederla, desiderarla per sé e per chi ama chi non sa guardare alla morte, come parte di una vita donata. E’ uno sguardo che taglia le gambe, e schiaccia il cuore.

Ma non staremo meglio fingendo di non vedere. I santi, anche quelli non sugli altari, ci insegnano a vivere con letizia e gratitudine anche quel momento fatale: la loro memoria consola, il sospiro di chi sa dire “sono pronto” addolcisce il dolore più di un avatar.



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