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Cronaca

IL CASO/ Eterni.me, lo sforzo vano di "abitare" il Sepolcro vuoto

Nasce Eterni.me, l'ennesimo tentativo di dimenticare la morte. Proprio nei giorni precedenti a Pasqua, quando Gesù promette non l'immortalità ma la vita eterna. MONICA MONDO

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E’ lo scandalo, il tormento, la paura di ogni uomo, da sempre e per sempre, la morte. E ritardarla, fuggirla, nasconderla, vincerla, la scommessa di filosofi, maghi e l’inarrivabile sogno della pseudoscienza.

Probabilmente è casuale che proprio nei giorni di Pasqua, triduo di morte atroce e mirabile resurrezione, il Times racconti la sfida di un imprenditore romeno che starebbe lavorando a un software dal nome evocativo, “Eterni.me”. Non si tratta di servizi per pompe funebri, ma di qualcosa di più ambizioso e dirompente, nelle intenzioni. Rendere immortale proprio l’io, in senso perlomeno figurato, perché viva per i suoi cari non solo nel ricordo, ma con la possibilità di interagire, parlare, muoversi, con la sua propria personalità, il suo carattere, i suoi pregi e difetti. Un avatar in 3D, elaborato con foto, e-mail, profili social, racconti dei parenti, in modo da riprodurne al meglio le caratteristiche reali. Un avatar, ovvero un manichino, una bambola, anche se la tecnologia a muoverli è meglio.

Dunque, un altro inganno, un’altra maschera, per fingere di ingannare la morte. Che consolazione potrà dare a chi piange una perdita, come saprà irretirlo e fissarlo per ore davanti a uno schermo, donando l’illusione di una presenza. Come saprà spingere a una nostalgia ancor più struggente, fino alla follia. Come saprà portare ancor più alla solitudine, per un dolore non condiviso tra uomini, ma schermato da un’immagine virtuale.

Ma la proposta, di per sé innocua e perfino lodevole, a parte i fini commerciali, che suonano odiosi trattandosi di speculare sulla morte, fa riflettere sul pensiero che più sviamo e occultiamo, rimandandolo, affidandoci alla scaramanzia o a al fatalismo. Senza mai affrontarlo. La morte non si deve vedere, non si deve sapere. I funerali non sono più un abbraccio di popolo, le tombe abbandonate segnate dalla plastica occasione di frettolose soste, i reparti ospedalieri dove la sua presenza soffia ogni giorno sono il presidio di eroici medici e infermieri e sacerdoti, ma di chi li abita, di chi attende l’attimo estremo, nulla si può e si deve conoscere. Poiché fa paura, la morte semplicemente sparisce, anche dall’educazione dei più giovani, per riproporsi più feroce e inaccettabile quando arriverà l’ora, di soffrire, per qualcuno, o di vederla avvicinare a sé.

Dobbiamo compatire questa nostra debolezza, e questa fragilità accresciuta, man mano che l’uomo crede di farsi più potente e invincibile, capace di dominare la natura, di modellarla a suo volere con la tecnica. Sappiamo bene che quel confine non sarà valicabile, che ogni sforzo sarà vano, e destinato allo scacco, e alla depressione. Qualcuno chiede soltanto di affrettarla, la morte, per non doverla guardare.