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IL FATTO/ Una corda al collo, l'abbraccio della figlia, le lacrime di Pietro

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Capita, siamo uomini e donne fragili, in tempi fragili. Siamo soli, anche nei paesi dove una volta la solidarietà era visibile e toccabile, nel quotidiano, ed erano aperti i tinelli, i cortili, le parrocchie e le case sociali per accogliere e confortare, per inventarsi qualcosa, insieme. Siamo forse malati di un’accidia contagiosa, di una perdita di senso e coraggio, lo stesso che ha spinto i nostri padri e nonni ad affrontare le guerre, i viaggi in miseria in paesi lontani. La forza della vita, quella ci manca, e non sappiamo neanche più chiederla. Ci limitiamo a chiedere e vederci prescrivere farmaci per tirare avanti, per nascondere e dimenticare. Finché si può, finché un giorno non ci si riconosce più, non ci si riesce più a guardare allo specchio. Però c’è qualcuno che ci guarda, sempre.

E nel caso dell’uomo di Salice è l’occhio attento, amorevole di sua figlia. Dodici anni, grande abbastanza per leggere un sms sul cellulare del padre, e capire, correre a chiamare la mamma, e insieme dai carabinieri, che si precipitano. Appena in tempo, a slegare dal collo dell’uomo ormai cianotico quel cappio, consegnarlo a un duplice abbraccio. Papà, ma noi siamo qui, e ti vogliamo bene. Chissà cos’ha sentito quell’uomo in cuore.

Quante lacrime brucianti, come quelle di Pietro davanti al suo Signore, quanto dolce e amaro sentimento di sé, fissando quegli occhi di bimba grande che lui ha generato, e da cui è stato rigenerato. Sarà forse da curare, quell’uomo, e da accudire, sostenendo la sua debolezza. Ma non potrà più fingere di essere solo, con lo sguardo della sua piccola grande donna, che l’ha fatto risorgere, nella festa più bella.

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