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Cronaca

DIVORZIO CONSENSUALE/ Il giurista: ecco perché è incostituzionale

Il matrimonio, spiega EMANUELE BILOTTI, non è un contratto che può sciogliersi semplicemente col mutuo consenso delle parti. Per questo il divorzio consensuale è da ritenere incostituzionale

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Mentre procedono i lavori parlamentari per l’approvazione di un disegno di legge volto a ridurre da tre a un anno la durata del periodo di separazione personale dei coniugi necessario prima che si possa proporre domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Ministero della Giustizia ha reso noto che, sempre in tema di separazione e divorzio, il Governo sta elaborando anche un ulteriore «intervento normativo». Tale intervento, come si legge nel comunicato diffuso dal Ministero, «si innesta in una fase stragiudiziale governata da una convenzione di negoziazione assistita conclusa tra gli avvocati delle parti e… finalizzata a sottrarre alla giurisdizione i procedimenti di separazione e di divorzio di natura consensuale». Con una simile iniziativa – si precisa ancora – s’intende «ridurre il carico degli uffici giudiziari, consentendo alle parti di giungere alla separazione o al divorzio consensuale in tempi più rapidi, senza incidere in alcun modo… sull’intervallo di tempo che deve intercorrere tra la separazione e il divorzio e lasciando invariata sul punto la disciplina vigente». I due interventi in fase di elaborazione – quello del Governo e quello del Parlamento – sarebbero dunque destinati a incidere «su profili diametralmente diversi»: «il primo – si legge nel comunicato del Ministero – integra uno strumento stragiudiziale che, ove impiegato, evita ai coniugi di rivolgersi al giudice, mentre l’intervento d’iniziativa parlamentare… ha come obiettivo esclusivamente quello di anticipare i tempi necessari per proporre, sempre in sede giudiziale, la domanda di divorzio».

Al momento non si conoscono ulteriori dettagli sui tempi, le modalità e i contenuti dell’“intervento normativo” di iniziativa governativa. E dunque ogni valutazione rischia di essere approssimativa. Dalla lettura del comunicato ministeriale sembra tuttavia che quello che viene presentato come un intervento di carattere puramente tecnico-procedurale, volto principalmente a favorire una maggiore efficienza del servizio giudiziario, costituisce in realtà una riforma destinata a incidere in profondità sulla disciplina del divorzio, ben più radicale di quella attualmente in discussione in Parlamento. Infatti, il nostro ordinamento non conosce né ha mai conosciuto un divorzio consensuale come quello che ci si propone ora di introdurre. Certo, la legge sul divorzio prevede anche la possibilità di presentare una domanda di divorzio congiunta, da parte cioè di entrambi i coniugi (cfr. art. 4, comma 16, l. 1° dicembre 1970, n. 898, introdotto dalla l. 6 marzo 1987, n. 74). Anche in tal caso, però, il giudice non è affatto esonerato dal verificare l’irreversibilità del definitivo venir meno della comunione spirituale e materiale di vita tra i coniugi derivante da una separazione ininterrotta per tre anni. Anche in questo caso, dunque, ciò che rileva ai fini dello scioglimento del matrimonio non è il consenso dei coniugi, ma la giusta causa prevista dalla legge, la cui ricorrenza in concreto dev’essere pur sempre accertata da un giudice, il quale scioglie il matrimonio con una propria sentenza costitutiva. Insomma, anche nel caso della domanda congiunta il divorzio disciplinato dalla legge italiana rimane comunque riconducibile al modello cd. del divorzio-rimedio per giusta causa obiettiva. E questo modello non è messo minimamente in discussione neppure dal cd. divorzio “breve”.