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CANONIZZAZIONE PAPI/ Roncalli, Wojtyla e il segreto della felicità

Pubblicazione:domenica 27 aprile 2014

Giovanni Paolo II (Infophoto) Giovanni Paolo II (Infophoto)

E non è neppure il compiacimento per le tribolazioni della vita terrena dei santi, nella consolazione della loro beatitudine nella vita celeste. La santità in vita è il "centuplo quaggiù", caparra dell'eterna felicità (cf. Mc 10, 29-30). Ce lo ricorda icasticamente Léon Bloy: «Al mondo c'è una sola tristezza: quella di non essere santi. E quindi una sola felicità: quella di essere santi».

Due critiche che si sono levate contro la canonizzazione di Giovanni Paolo II, ad intra et ad extra Ecclesiae, ci aiutano a comprende più radicalmente l'originalità della santità cristiana. La prima tende a negare il valore "esemplare" della figura di un papa santo per il popolo cristiano: che cosa ha da dire ad un padre, ad una madre o ad un giovane, ad un semplice religioso consacrato a Dio o ai laici che seguono i consigli evangelici, la vita di un pontefice, così singolare e legata ad un ministero unico nella Chiesa? Se i santi sono "modelli di vita cristiana" offerti alla meditazione e all'imitazione di tutti, che senso ha un santo la cui vita è stata così "diversa" da noi? La domanda tradisce un'incomprensione radicale della "esemplarità" della vita santa. Essa non consiste nella replicazione di uno stile, ma nella "ri-petizione" (etimologicamente, una "nuova domanda") di un'esperienza, possibile a tutti: vivere ogni giorno offrendo a Dio tutto ciò che siamo e abbiamo, qualunque sia il nostro stato laicale o religioso, in ogni circostanza facile o difficile della vita, dentro ad un compito o ad un altro che ci stato affidato, nella certezza di una Presenza amante e amata, e della sua pace. «La santità – scrive S. Teresa d'Avila – non consiste nel fare cose ogni giorno più difficili, ma nel farle ogni volta con più amore». Nessuno e nulla potrà impedirci di immedesimarci e lasciarci plasmare da questa esperienza quotidiana che ha fatto di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II due santi. Così, «la santità, la vera aristocrazia del cristiano, può essere accessibile a tutti; può essere, per così dire, democratica». (Paolo VI)

La seconda obiezione, riproposta alcuni giorni fa da Maureen Dowd sul New York Times, prende le mosse dalle ricorrenti critiche – circolanti in taluni ambienti statunitensi – secondo le quali Giovanni Paolo II avrebbe coperto molti abusi sessuali di chierici sui minori, protetto l'allora arcivescovo di Boston, il Cardinale Bernard Francis Law, e ignorato le accuse di pedofilia ed altre nefandezze rivolte al fondatore dei Legionari di Cristo, Padre Marcial Maciel Degollado. Senza entrare nel (de)merito di questa volgare quanto infondata attribuzione a papa Wojtyła di responsabilità che sono a carico di altri soggetti e istituzioni – negli anni passati, chi di competenza ha già fornito alla stampa i dovuti chiarimenti e respinto ogni addebito al Papa – l'obiezione offre l'opportunità di mettere in luce una dimensione costitutiva della santità: essa non si identifica con la perfezione morale, l'innocenza assoluta o la scevrità da errori, nell'accezione che queste espressioni assumono in un contesto etico autoreferenziale. 


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