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CANONIZZAZIONE PAPI/ Roncalli, Wojtyla e il segreto della felicità

La santità non consiste nell'eccezionalità di una vita straordinaria, ma nell'ordinarietà di una vita che imita Cristo. Come è stato per Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. ROBERTO COLOMBO

Giovanni Paolo II (Infophoto) Giovanni Paolo II (Infophoto)

Negli anni in cui il modernismo iniziava ad avvelenare le menti anche dei migliori laici e religiosi, Guillaume Pouget, un prete lazzarista che ha avuto una profonda influenza educativa su un gran numero di studenti e docenti universitari francesi agli inizi del secolo scorso, contribuendo a formare un'intera generazione di intellettuali cattolici (tra di essi Jean Guitton, Emmanuel Mounier e Gabriel Marcel), amava ripetere ai giovani che «fare i santi è lo scopo della Chiesa». Gli fa eco il grande teologo von Balthasar: «La storia della Chiesa è innanzitutto quella dei santi: dei santi noti e di quelli ignoti».

Al di là dello spettacolo di umanità e di fede che la canonizzazione di due tra i papi del XX secolo più amati dal popolo cristiano offre ai credenti e a tutto il mondo, resta il valore del gesto solenne, antico ed attuale con il quale la Chiesa eleva alla gloria degli altari alcuni dei suoi figli. L'incontro con Cristo cambia la vita dell'uomo, gli consente di essere veramente ciò per cui è stato originalmente plasmato da Dio: una creatura beata, felice perché amata dall'Eterno, amica dell'Essere e della vita che da Lui sgorga e a Lui ritorna. La santità non consiste nell'eccezionalità di una vita straordinaria, ma nell'ordinarietà (secondo l'ordo, cioè la "regola", "norma") di una vita eccezionale, cioè accolta (dal latino excipere, "ricevere", "ottenere") da Dio come un dono, una grazia. «Il santo – scrive don Luigi Giussani – non è né un mestiere di pochi né un pezzo da museo. La santità va vista in ogni tempo come la stoffa della vita cristiana. Pur dentro la parzialità di certe immagini rimane la traccia di una idea fondamentalmente esatta: il santo non è un superuomo, il santo è un uomo vero. Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all'ideale per cui è stato costruito il suo cuore, e di cui è costituito il suo destino». (Alla ricerca del volto umano, Milano 1995, p. 163) In questo senso "ordinario", normativo per la vita cristiana, molteplici sono le testimonianze degli stessi santi: «La santità non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie». (Beato Luigi Monza). Una straordinarietà amorosa è l'unica possibilità offerta all'uomo per appartenere al Mistero d'amore da cui è fatto nuovo ogni giorno: «Tutta la santità e la perfezione di un'anima consiste nell'amare Gesù Cristo, nostro Dio». (Sant'Alfonso Maria de Liguori).

La celebrazione liturgica della memoria dei santi – ora anche di papa Roncalli e papa Wojtyla – non è l'esaltazione in cielo di chi ha vissuto senza tenere i piedi per terra, ma la testimonianza (di cui la Chiesa e il mondo ha bisogno oggi più che in altri tempi) che si può camminare concretamente saldi nella finitezza della vita solo se si aderisce all'ideale di cui è impastato e per cui è fatto il nostro cuore: il cielo, cioè l'infinito.