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Cronaca

L'APRILE DI 20 ANNI FA/ Kurt Cobain e il Ruanda, cos'hanno in comune?

Nirvana (infophoto)Nirvana (infophoto)

Mai ti disturberò

Mai farò promesse

Mai ti seguirò

Mai ti disturberò

 

Mai dirò una parola di nuovo

Striscerò via per bene

 

Andrò via da qui

Non avrai timore della paura

Nessun pensiero era rivolto a questo

Ho sempre saputo che saremo arrivati a questo

Le cose non sono mai state così intense

Non ho mai sbagliato a fallire

Cosa accomuna le due ricorrenze ancora oggi? L'ultimo verso della canzone. Mi sembra di poter dire, infatti, che è proprio il senso del fallimento. In un caso (Hutu e Tutsi), il fallimento nel riconoscere gli altri e i loro diritti inalienabili. Il fallimento della volontà di trovare un modo di convivere gli uni accanto agli altri senza essere prevaricati, ma neppure senza perpetrare un crimine di massa per imporsi. Nell'altro (Kurt Cobain), il fallimento nell'affrontare la vita, le responsabilità verso se stessi e verso gli altri, la moglie e la figlia in primis. Ma accanto a questo c'è un altro elemento. Quello della debolezza e della fragilità dell'uomo. Che va riconosciuta. Va affrontata. Va considerata. Va superata come parte del processo di crescita che ognuno di noi deve vivere come individuo e come parte fondamentale della famiglia e della società. Per superare il disorientamento che storie come queste, a distanza di vent'anni, ancora suscitano in noi, dobbiamo aprirci agli altri e a noi stessi, credendo nella nostra libertà e in quella degli altri e nel valore supremo della vita. "Il sonno della ragione genera mostri", scriveva Francisco Goya in un'acquaforte del 1797. E allora vigiliamo, partendo da noi stessi. Per essere vincenti. O almeno per provarci.

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