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EUTANASIA/ Anne, un viaggio nel "buco nero" della solitudine

Pubblicazione:mercoledì 9 aprile 2014

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Qualche giorno fa Papa Francesco in risposta ad un gruppo di ragazzi belgi che gli chiedevano quale fosse il vero problema nel mondo contemporaneo ha risposto: che non si fanno più figli e gli anziani vengono abbandonati e spesso muoiono per una eutanasia camuffata. Nella sua risposta solo in una cosa si è sbagliato il Papa: questa eutanasia non è camuffata, ma è esplicita.

E’ di ieri la notizia che una donna inglese di 89 anni è andata a morire nella famosa clinica in Svizzera chiamata – ironia della s(m)orte? – “Dignitas”. Sorvolando sul fatto che normalmente nelle cliniche ci si dovrebbe recare per essere curati e non viceversa, è interessante cercare di capire cosa può aver portato una persona a commettere un così tragico atto.

Non si può leggere nel cuore umano, quindi è un azzardo rischioso e ingiusto interpretare un gesto così disperato. Ma sono talmente in aumento i casi di suicidio “assistito” – perché se fatto dentro una struttura ospedaliera fa meno effetto – che almeno un tentativo di comprensione generale è importante farlo. Perché voler morire, e soprattutto perché farlo andando in una clinica che ti “assiste” mentre prendi una dose letale di barbiturici, come è accaduto ad Anne, l’anziana insegnante britannica di arte?

Nel caso specifico, Anne non aveva alcuna malattia grave, la sua salute era solo in peggioramento come per ogni persona di quell’età. Viveva apparentemente serena nella sua casetta nel Sussex in cui si prendeva cura amorevolmente dei suoi uccellini. Convinta ambientalista, senza marito e senza figli, giorni prima di morire aveva rilasciato un’intervista al The Sunday Times confidando la sua enorme preoccupazione per come stava andando il mondo: tutti di fretta, la gente ormai trasformata in “robot”, una tecnologia sempre più veloce a cui lei proprio non riusciva a stare dietro.

Così, ad un certo punto, Anne si è sentita messa di fronte ad una scelta: o mi adatto a questo mondo o me ne devo andare. Non avrebbe mai sopportato l’idea di finire in un ospizio, perdendo la sua indipendenza, non vedeva un futuro allettante di fronte a sé e, così, ha deciso di farla finita. Chi l’ha aiutata a prendere la decisione ha detto che era mentalmente lucida e ha coscientemente deciso che questo mondo non le piaceva più, quindi è stata giusta e rispettabile la sua decisione di morire.

Il caso di Anne non è un caso isolato. Ci sono molti esempi di persone che hanno deciso di morire prima che la natura facesse il suo corso. Normalmente questi atti vengono compiuti in quel momento di disperazione che nessuna parola può descrivere, che il solo pensarla ti fa venire voglia di riscoprire la grande bellezza della vita, di alzare il telefono e chiamare l’amica con cui hai litigato per chiederle scusa, di andare a trovare la vicina ammalata, o tua madre che non vedi da tempo. 


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COMMENTI
09/04/2014 - Sostenere la vita (andrea ruggiu)

Queste tematiche meriterebbero maggiore risonanza sui media, e sarebbe bello se lo stato individuasse ed aiutasse (il 5x1000 in questo senso mi pare una buona modalità) le iniziative dal basso, dei corpi sociali intermedi, che hanno esattamente lo scopo di aiutare a far comprendere l'inestimabile valore della vita umana. Io ho in mente i CAV (centri aiuto alla vita), il Banco Alimentare o, ancora più “alla base” le persone che liberamente dedicano del loro tempo per andare a trovare anziani e malati nelle case di cura.