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IL CASO/ Riccardo, il padre ucciso e i fratelli in carcere: il futuro dipende da chi incontriamo

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Per un reato banale finisce però nuovamente in carcere, per qualche mese. Quando esce non trova più il suo lavoro nella cooperativa: qualcuno ha cancellato il suo nome sostituendolo con quello di un altro. Da lì ricade in un vortice in cui l’unica risposta che gli dà lo Stato, dopo le “porte girevoli” delle carceri, è quella di trascinarlo in strutture, come quella dell’OPG di Barcellona Pozzo di Gotto, tenute ancora in piedi, per proroga, nonostante la stessa legge le dichiari inadeguate e illegali.

Ma anche una storia come quella di Vincenzo, in provincia di Catanzaro, arrestato per possesso di droga finalizzato allo spaccio e poi riconosciuto completamente innocente e assolto. Ha in corso, dopo sei mesi di detenzione e anni di varie udienze, un procedimento per il riconoscimento del risarcimento per ingiusta detenzione, che gli sarà prossimamente concesso. Qualche migliaia di euro in tasca, tanto da viverci un anno o forse due, ma ad ormai trenta anni di età, dopo la foto finita più volte sui giornali, nessuno ha il coraggio o la forza di dargli la possibilità di lavorare.

Non è quindi lo Stato ad essere buono o cattivo. E la questione non sta nemmeno nella bontà, ridotta oggi a “correttezza etica”,  dei singoli. Lo Stato svolge bene il suo compito quando sostiene persone come quelle che hanno aiutato Riccardo o Roberto nel trovare la strada per la propria vita; o quando almeno non le ostacola. Uno Stato cioè, capace di sostenere chi educa. Lo Stato invece fallisce quando pretende di sostituirsi a chi ha a cuore l’educazione di chi gli sta a fianco.


(Sabatino Savaglio) 




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