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CARRON/ L'intervista: il Papa e la sfida della bellezza

Il quotidiano La Stampa ha pubblicato una intervista con don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e liberazione. Ecco il testo integrale

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Parlano la stessa lingua anche se uno è spagnolo dell’Estremadura e l’altro è argentino. Oggi, al Salone del libro, don Julián Carrón, 64 anni, dal 2005 successore di don Luigi Giussani alla guida di Comunione e Liberazione, presenterà La bellezza educherà il mondo (Emi, pp. 64, € 5,90), una raccolta di interventi dell’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio. Sarà l’occasione per fare il punto sulla Chiesa a un anno di distanza da un conclave che sembra averla rivoluzionata. «La prima questione», mi dice Carrón, che incontro nella sede di Cl a Milano, «è l’imponenza di un fatto che tutti ci ha sorpresi». Parla proprio così, come Francesco, dice prima «tutti» - o «solo», o «sempre» - e poi il verbo. Siamo seduti a un tavolino, alle sue spalle è appeso un ritratto di don Giussani, il «Gius» come lo chiamano ancora i suoi, mentre Carrón, che nonostante l’eccellente italiano non può non tradire l’accento castigliano, sembra che lo chiami «Iussani». È un uomo gentile, sorride sempre. 

 

Don Carrón, qual è il primo risultato, se così si può dire, del papato di Bergoglio? 

«In poco tempo papa Francesco è riuscito, con i suoi gesti, a porsi come un testimone disarmato della potenza della fede». 

 

Perché disarmato? 

«Perché solo poggia sulla potenza della testimonianza. Non poggia su una politica di egemonia. Francesco crede che la testimonianza abbia in sé una potenza che può essere capita da tutti. Sa interloquire, con la sua semplicità, con il cuore di ogni uomo». 

 

La gente lo percepisce come sincero? 

«Mi pare evidente che sì, lo percepisce come sincero. La gente ha capito che i suoi gesti non sono appariscenti, ma hanno dentro l’accento della verità. Il cuore dell’uomo è in grado dì intercettare il vero. Quindi, ha capito subito che Francesco non recita, che è davvero così. Sarebbero troppe le cose da recitare!». 

 

Lo conosceva già, prima che diventasse Papa? 

«No, non avevo mai avuto contatti con lui. So che in Argentina aveva presentato qualche libro di Giussani. Ma noi sentiamo con lui una particolare sintonia, una forte sintonia. Primo, per la centralità di Cristo sulla quale il Papa ha insistito tanto in questi mesi. Per il suo grande desiderio che l’annuncio di Cristo raggiunga ogni uomo. E poi, Francesco sottolinea quelle che lui chiama le periferie esistenziali. Noi siamo nati negli ambienti, per così dire, "normali" del vivere, nella quotidianità in cui si gioca la vita. Noi desideriamo vedere che la fede è in grado di entrare nella realtà di tutte le cose, e di mostrare tutta la sua potenza di cambiamento». 

 

E le pare che anche questo Papa insista su una simile «centralità»? 

«Ma certo! La sua insistenza sul fatto che è essenziale annunciare Cristo indica un metodo alla Chiesa. In questo momento lui ritiene cruciale che tutti gli uomini possano essere raggiunti dall’abbraccio di Cristo». 

 

Provo a tradurre un linguaggio che forse è molto «vostro». Lei sta dicendo: come Giussani, anche Bergoglio annuncia il cristianesimo non come una morale, ma come un fatto. 

«Esatto. Da tutte le cose da cui si può partire, lui ne ha scelta una che mi sembra cruciale. L’annuncio del cristianesimo come un fatto che è accaduto e che accade è sempre stato una nostra caratteristica. Ma stia attento: non sto dicendo che questo Papa segue Cl. Al contrario, dico che noi sentiamo Francesco come un forte richiamo alla conversione; a farci vivere sempre di più questa essenzialità che è Cristo». 

 

È vero che Francesco piace tanto anche ai non credenti?