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DIARIO PAPA/ Padre Basilio, 101 anni per "attendere" Francesco in Terra Santa

Pubblicazione:lunedì 19 maggio 2014

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Padre Basilio indossa gli auricolari. Non li sopporta. Gli fanno sentire il rumore del mondo mentre lui attende il silenzio eterno. Dalla sua stanza all'ultimo piano del palazzo della Custodia di Terra Santa può contemplare le pietre e i bagliori di Gerusalemme. La visione delle cupole dorate e dei minareti è il premio per i vecchi frati, consumati dal sole e dalla fatica. Padre Basilio ha 101 anni, il capo calvo e il saio sempre indosso. Non si muove più da quando il femore si è sgretolato, ma gli occhi sono ancora buoni per leggere. Passa il tempo pregando o godendo della compagnia degli amici che lo vanno a salutare. Con innocente civetteria dice di non ricordare molto del secolo che ha attraversato, ma in realtà ha conosciuto il bene e il male del cuore degli uomini. Si può permettere di sorridere degli affanni altrui, ha sofferto, servito e amato tanto. Ora aspetta la morte, senza ansie e senza paura. 

È nato armeno, nel gennaio del 1913, e la vita l'ha fatto diventare palestinese. Ultimo figlio di Wartiwar Talatiniane e di Feride Cialoglian, ha visto la luce a Marasc, l'antica Cilicia. La madre gli mise nome Kerop, "cherubino", sperando, forse, per lui un destino sereno. La prima guerra mondiale e l'esilio, invece, gli portarono via l'infanzia. La violenza dei "giovani turchi" e il tifo, i genitori. Rimasto solo, con Naum e Stipan, due dei suoi nove fratelli, venne accolto nell'Orfanotrofio americano, senza per questo trovarsi in salvo. 

Da armeno non gli venne risparmiata la persecuzione toccata al suo popolo. Anche lui, come molti altri, costretto alla fuga dalla furia turca, attraverso la Siria e il Libano. Prima Aleppo, poi Homs e in seguito Antelias, fino a quando uno zio francescano non inoltrò le pratiche necessarie per farlo palestinese. Si ritrovò a Betlemme, dopo un viaggio da clandestino in camion, ad imparare l'arabo e l'italiano insieme al mestiere da calzolaio. Ricorda che si addormentava spesso, preso da una incontrastabile sonnolenza, qualche volta suonava canzoni tristi con l'armonium, e una ghiandaia, a cui i suoi compagni con crudeltà infantile avevano tagliato le penne delle ali, si posava su un lato della tastiera per ascoltarlo.

La vocazione arrivò all'improvviso dopo un viaggio a Gerusalemme. Lo misero a studiare e l'8 dicembre del 1934 divenne figlio di Francesco, vestendo quel saio che non avrebbe più lasciato. Quattro anni dopo l'ordinazione sacerdotale a Roma, dove i superiori lo avevano spedito a prendere la licenza in Diritto canonico. Nella città eterna comprò un dizionario di italiano e una buona spazzola per vestiti, che usa ancora adesso. 


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