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(POST) 1 MAGGIO/ Cosa rimane di una folla senza desideri grandi?

Pubblicazione:venerdì 2 maggio 2014

Primo maggio ieri a Torino (Infophoto) Primo maggio ieri a Torino (Infophoto)

Se penso ai lavoratori, penso a mio nonno falegname, che si è opposto al fascismo con più eroismo del presidente innalzato sugli altari della patria, perché non ha ucciso nessuno. Penso a mia nonna, partita bambina per l'America e tornata adolescente, per stare accanto alla sua famiglia durante la guerra. Lei sì che potrebbe parlare di  emigrazione, di doveroso equilibrio tra accoglienza e rispetto, lei che lavava i piatti a sette anni, con la panchetta perché non arrivava al lavello. Penso a mio zio, che a dodici anni tagliava il cuoio delle scarpe dal ciabattino per mantenere i tanti fratelli più piccoli, e di sera andava a segare qualche albero, per portare di nascosto la legna che riscaldasse la casa. Penso ai contadini che hanno sudato per una cesta d'uva, per un coniglio morto di vecchiaia, alle loro donne, che lavavano mastelli di panni al fiume, spaccando il velo di ghiaccio d'inverno. 

Non era meglio di oggi, il nostro paese, né minore la povertà e la crisi. Ma loro ce l'hanno fatta. Erano un popolo, erano famiglie, avevano un significato per le loro fatiche, le loro pene. Tutti questi giovani a piazza San Giovanni hanno diritto alla speranza, alla felicità. Chi li ha radunati ha il dovere di dire dove la pone, se si accontenta di sventolare bandiere o di raccogliere gli applausi per riprendere a vendere libri o dischi o fare ospitate in tv. Avrei voluto che, con la doverosa solidarietà alla mamma di Federico Aldrovandi, si fossero ricordati con pari affetto i poliziotti feriti a Torino, dai sanpietrini, dai picconi tirati da qualche sconsiderato attivista o antagonista che sia. Che si citassero almeno di sfuggita i resistenti di piazza Maidan, in Ucraina, i cristiani massacrati per la libertà di essere tali, in Siria. 

Nel pot-pourri propinato alla piazza, ci sarebbe stato posto per tutto, non solo per una parte. Per l'attenzione agli uomini, non solo all'ideologia. Per dire a quella folla che non basta ballare e battere le mani, bisogna anche muoversi e andare, condividere, rinunciare, dare soldi, tempo, lavoro, sorrisi, abbracci, coraggio. Se il cuore è piccolo a vent'anni,  e non desidera tutto, se ci si accontenta di desideri piccoli, e solo rivolti a sé, nulla cambierà mai, anche con leggi migliori, anche con una situazione economica migliore. Ci stordiremo sempre più di musica e grida, inutili, svaniti e perdenti.



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