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Cronaca

IL PIANTO DI CERCI/ Se anche un pallone ci ricorda che siamo creature finite

Alessio Cerci in lacrime (Infophoto)Alessio Cerci in lacrime (Infophoto)

C’era il «male di vivere» di Montale. Che io ho sempre intuito a partire da due versi di un’altra poesia: «Ma nulla paga il pianto del bambino / a cui fugge il pallone tra le case». Chi risponde a quel pianto? di quel bambino che ha perso quella palla? Alessio Cerci, domenica sera, era un bambino. Di un metro e ottanta, e velocissimo come Achille. Ma un bambino. Finché non capiremo lo strazio di quel pianto, non capiremo Montale. E dovremo chiudere i licei. Ma se guarderemo quel pianto, torneremo a scriveremo opere d’arte, perché le tragedie si inoltrano nel tragico dell’esistenza. Nell’ingiusto, nell’incompiuto, nell’ineluttabile. Nel«cavallo stramazzato», nel «rivo strozzato», nel rigore sbagliato.

Le tragedie non sono questione di libri: nascono fuori, nell’attimo in cui l’uomo è messo di fronte non appena a un portiere, ma al destino. Che si compie, inevitabile. E non sarà il bel tweet del gemello Immobile a ridargli quella palla sul dischetto. Perché ha ragione De Gregori a sentenziare che «non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore»: un giocatore no, ma un fatto sì, va giudicato. Non va attenuato, perché noi non siamo al mondo per consolarci: «perché reggere in vita / chi poi di quella consolar convenga?» si domandava Leopardi. Né serve svicolare dal dolore, proiettandoci ottimisticamente in una palingenesi futura: “Si rifarà ai Mondiali”. Ma un successo ai Mondiali – che gli auguriamo, che ci auguriamo – non ripaga quel pianto. Perché un dolore non si toglie con una gioia, come un figlio vivo non compensa un figlio perso. 

La ferita dell’eroe Alessio Cerci è quella dell’uomo che scopre che non basta essere bravo, né gli basta impegnarsi, ma che sente cos’è un fatto, l’evento da cui non si torna indietro, così diverso da ogni discorso (ne era certo il torinese Pavese: «nelle cose pensate manca sempre l’inevitabilità»). 

Intanto la scuola, negli stessi giorni, sembra un’oasi protetta, senza sangue, senza lacrime definitive, dove tutti i fatti sono rimediabili. L’assenza programmata, l’interrogazione pilotata, la giustifica al momento giusto, l’interrogazione andata male con tanto di, immediato, “quando posso recuperare?”. Come se Cerci potesse chiedere: “posso tirarlo di nuovo, il rigore?”; oppure: “dài, arbitro, un altro quarto d’ora”.

Guardare le lacrime, senza annacquarle di consolazioni né scioglierle nel domani, ci fa sprofondare in un dolore antico: quello degli eroi che perdono e degli dèi che non si commuovono. I greci in quel rigore ci avrebbero visto chissà quali lotte nell’Olimpo: Giunone a maledire e Apollo a colpire a tradimento. E avevano ragione. Chi tifa Toro lo sa, come chi tifava Troia. 


COMMENTI
20/05/2014 - La Bellezza infinita. (claudia mazzola)

Che bello quando sbagliamo e ci accorgiamo subito dell'abbraccio degli amici che è quello di Gesù che ci dice "anche se non servi a nulla io ti ho chiamato amico non servo!"