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IL PIANTO DI CERCI/ Se anche un pallone ci ricorda che siamo creature finite

Pubblicazione:martedì 20 maggio 2014 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 21 maggio 2014, 0.35

Alessio Cerci in lacrime (Infophoto) Alessio Cerci in lacrime (Infophoto)

«Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono / state» (Guido Gozzano). La vita ha il sapore dell’incompiutezza. Ci giochiamo una partita, infatti, che c’entra poco con la favola dell’“impegnati e ce la farai”. 

Io non so come abbia fatto lui a dormire l’altra notte, se già io ho fatto fatica. Dopo che gli è accaduto un fatto che, d’accordo, non sarà il primo e non sarà l’ultimo, ma proprio per questo, anzi, in altri tempi ci avrebbero raccontato un mito, perché un attimo ha svelato la tragica incompiutezza dell’esistenza. Parlo di Alessio Cerci. Sì, il calciatore del Torino e della nazionale. Ce lo scriverei io, un mito. Se fossi almeno Gramellini, o meglio ancora Euripide. Esiste già il mito di Circe; da oggi, perché no?, ci sarà quello di Cerci. 

Ultimo secondo dell’ultimo minuto dell’ultima giornata del campionato di calcio. Sul 2-2 il Toro vedeva sfumare, rassegnatamente, la possibilità di qualificarsi per l’Europa League. Per un punto soltanto. Ma l’imprevedibile accade. L’arbitro fischia un rigore, al 93’. Cioè il destino mette Cerci sul dischetto del rigore. Gli offre, ormai inattesa, l’occasione dell’anno. Un attimo dopo l’arbitro avrebbe fischiato la fine. Del campionato. E il Toro allora sì, giustamente premiato, ci sarebbe andato, in Europa. 

Forse non è chiaro, per chi non segue il calcio e per chi lo sottovaluta. Quel rigore era sì un duello fra un attaccante e un portiere. Ma non era solo quello. La realtà non era appena una persona davanti a una palla. C’era un’intera stagione da chiudere in gloria. C’erano vent’anni di astinenza europea di una squadra (epica). Erano due. Ma c’era un po’ d’Italia a guardarli. E nei suoi piedi, che erano solo suoi, tremendamente soltanto suoi, c’era un popolo intero, quello granata. E vent’anni, di fallimenti e di tradimenti, di cadute e di false partenze. Erano Achab e la balena bianca. Era il kairòs (che, per i meno esperti di greco antico, non è lo storpiamento del cognome presidenziale Cairo). 

Ma il rigore, l’eroe, l’ha sbagliato. E dopo è scoppiato a piangere. L’avrà fatto per dieci minuti. Sono andati ad abbracciarlo i compagni. E poi sono andati gli avversari. Pepito Rossi. E Montella. E lui inconsolabile. Non l’hanno fermato le pacche sulle spalle, né forse le sagge parole del dopopartita. Perché in quelle lacrime c’era un anno buttato al vento. C’era lo schianto dell’aereo a Superga 65 anni fa, la tragedia in agguato tra i fiori di cinque scudetti consecutivi e di undici campioni in nazionale. C’erano, mischiate, le lacrime di Baggio vent’anni fa in America, e quelle di Sara Errani, poche ore prima a Roma, tradita dai muscoli nel bel mezzo della finale a casa sua: e quando le ricapita? 


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COMMENTI
20/05/2014 - La Bellezza infinita. (claudia mazzola)

Che bello quando sbagliamo e ci accorgiamo subito dell'abbraccio degli amici che è quello di Gesù che ci dice "anche se non servi a nulla io ti ho chiamato amico non servo!"