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DIARIO PAPA/ Perché Thuraja, palestinese musulmana, aspetta e ama Francesco?

Pubblicazione:venerdì 23 maggio 2014

In un campo profughi palestinese (Infophoto) In un campo profughi palestinese (Infophoto)

Mi mostra l'ingresso con i tornelli, Jehad, un ammasso di ferraglia diventato simbolo della segregazione subita ai tempi della prima Intifada, nel 1987. Si staglia isolata, un monumento all'orgoglio ferito, assediata dalle erbacce. Più avanti il centro sociale, oggi trasformato in bed & breakfast per pacifisti in cerca di emozioni forti. Salendo le scale, le pareti ospitano i murales che celebrano l'epica della lotta contro l'oppressore, mentre una sala impolverata ospita vetrine con i rimasugli di tradizioni che non esistono più. Negli anni della resistenza armata era il luogo dove si ritrovavano le menti più acute: proprio da Dheisheh, infatti, sono usciti i più noti intellettuali palestinesi, mentre intorno al presidente Abu Mazen, negli ultimi decenni è maturata la coscienza politica di al Fatah.

Insieme ci addentriamo nel campo, strade dissestate, muri frantumati su cui campeggiano i graffiti che celebrano i martiri, donne con lo chador che sbucano da case senza logica né infrastrutture. Jehad mi porta da sua zia, dal 1993 non esce dal campo. Thuraja è sotto shock e in un arabo veloce e gestuale racconta l'irruzione in casa, la notte precedente, di un commando militare israeliano. Cercavano un ragazzo, ma la famiglia di Thuraja è sempre sotto osservazione da quando uno dei suoi figli è stato espulso dal paese per motivi politici. Vive in America da 14 anni, dopo 3 di latitanza. Insegna in un'università statunitense. La settimana scorsa ha assistito alla festa di fidanzamento della sua unica figlia via skype. I militari israeliani non hanno bussato. Sono entrati e basta. Hanno radunato la famiglia e iniziato a verificarne i componenti. Poi hanno ispezionato la casa, urlando e minacciando, con le armi spianate. Uno di loro ha urinato contro il muro, un altro ha preso a calci il cane che abbaiava. Poi sono andati via. Senza portare via nessuno. 

Thuraja non piange né impreca. Più che rabbia mostra incredulità mista a rassegnazione. Ha telefonato al fratello importante e ha raccontato tutto. Per cronaca, non per delazione. Poi le dico che sono nel campo per capire cosa racconteranno al Papa. Lei si illumina e utilizzando il suo arabo plateale mi dice che lo ama Francesco, che lo aspetta come nel 2000 aspettò Giovanni Paolo II. Lo ama, lei musulmana, perché comprende le sofferenze del popolo palestinese. Mentre mi serve un tè scuro anche Jehad mi confida che il suo più grande desiderio è incontrare il Papa e potergli stringere la mano. Ha sfinito il padre ed è riuscito ad ottenere uno dei preziosissimi biglietti per la messa nel piazzale della mangiatoia a Betlemme. Lui che viene da una laicissima famiglia islamica. 


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COMMENTI
23/05/2014 - Quanto dobbiamo imparare da loro. (claudia mazzola)

Tu dici non ho niente ti sembra niente il sole, la vita, l'amore e Thuraja, meraviglioso!