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DIARIO PAPA/ Perché Thuraja, palestinese musulmana, aspetta e ama Francesco?

Ieri Jehad ha condotto CRISTIANA CARICATO a Dheisheh, uno dei tre campi che circondano Betlemme, il più grande della Cisgiordania: 11mila abitanti. Anche lì aspettano Francesco

In un campo profughi palestinese (Infophoto) In un campo profughi palestinese (Infophoto)

Jehad ha 21 anni, gli occhiali e la maglietta firmata. Balbetta l'italiano e guida il Suv del padre. Uno importante, a cui nessuno si sogna di mancare di rispetto. Per anni è stato l'ombra di Yasser Arafat, l'ha seguito in Libano, nelle infinite peregrinazioni attraverso il Medio Oriente, quando era braccato come terrorista, prima di diventare un Nobel per la pace. Il padre di Jehad era a capo dei servizi segreti, oggi si ritrova sulla poltrona di presidente della Corte Suprema Palestinese. 

La mamma è giordana. Dolcissima. Ha un cenerino brasiliano che sputa fuori pochissime parole in arabo e si posa solo sulla spalla di Jehad. Nella loro casa, presidiata 24 ore su 24 da miliziani dell'Olp, mi offre frutta fresca, noci e piccoli cetrioli. Un'oasi familiare sulla collina di Beit Jala, a pochi chilometri dal campo profughi di Dheisheh, un altro mondo. È lì che Jehad mi porta, novello Virgilio alle porte di quello che per molti è stato un inferno. Dheisheh è uno dei tre campi che circondano Betlemme, il più grande della Cisgiordania: 11mila abitanti, stipati in un chilometro e mezzo quadrato. Un cumolo disordinato e casuale di abitazioni che Papa Francesco vedrà sorvolando i territori, prima di atterrare nello spiazzo da poco asfaltato accanto alla scintillante università di Betlemme, ultimo sogno laico di Abu 'Ammar. 

Bergoglio non penetrerà dentro il ghetto sovraffollato, simbolo dell'umiliazione palestinese. Si fermerà al Phoenix Center, un centro culturale alle porte di Dheisheh, un luogo desolato che oggi ospita più matrimoni che convegni. Nella sala che è ancora ricolma dei tavoli dell'ultimo pranzo di nozze, incontrerà i bambini del campo, ma anche quelli di Aida e Beit Jibrin: la quarta generazione di profughi, i più penalizzati dal reticolato di filo spinato che circonda il campo. Piccoli che come ci racconta Jehad non hanno mai visto il mare, e non si sono mai spinti fino a Gerusalemme, la città santa distante pochi chilometri. 

Sono i pronipoti di quegli uomini e quelle donne costretti alla fuga durante la guerra del 1948, quando i loro villaggi furono occupati dall'esercito israeliano. Uomini e donne incapaci di immaginare un futuro lontano da quella specie di paesotto, aggrappati come sono al passato e al dolore dell'esodo. Jehad mi dice che non vogliono stare qui, ma devono. 63 anni fa erano scappati con pochi fagotti dalle loro case, prendendo solo la chiave, e non vi hanno più fatto ritorno. Hanno perso tutto tranne la memoria della loro terra. Che non è poi tanto lontana dal fazzoletto provvisorio in cui vivono. Anche chi ha possibilità economiche - spiega - non se la sente di abbandonare lo status di profugo, perché altrimenti perderebbe anche l'unica cosa rimasta: l'identità. 


COMMENTI
23/05/2014 - Quanto dobbiamo imparare da loro. (claudia mazzola)

Tu dici non ho niente ti sembra niente il sole, la vita, l'amore e Thuraja, meraviglioso!