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ETEROLOGA/ La sentenza della Consulta riduce i figli a "oggetti"

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Anche il richiamo, fatto dalla Consulta, ad un’assenza di «obblighi derivanti da atti internazionali» in merito al divieto di PMA eterologa, trascura un fattore importante della realtà del diritto internazionale: per «le questioni [che] toccano temi eticamente sensibili», i protocolli europei contemplano la possibilità che il legislatore di ogni stato membro intervenga in materia secondo criteri autonomi, nel rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini.

2. Argomento della «fondamentale e generale libertà» della coppia (autodeterminazione). Il centro di gravità antropologico delle argomentazioni della Corte ruota attorno all’affermazione che «la scelta» di una coppia «di diventare genitori e di formare una famiglia che abbia anche dei figli costituisce espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminazione […] riconducibile agli artt. 2, 3 e 31 della Costituzione, poiché concerne la sfera privata e familiare».

E’ vero che la Consulta precisa successivamente che questo principio costituzionale «non implica che [tale] libertà in esame possa esplicarsi senza limiti». Tuttavia, questi limiti, «pur meritevoli di attenzione in un ambito così delicato, non possono consistere in un divieto assoluto, […] a meno che lo stesso non sia l’unico mezzo per tutelare altri interessi di rango costituzionale». I giudici hanno ben presente che «l’unico interesse che si contrappone ai predetti beni costituzionali è […] quello delle persona nata dalla PMA di tipo eterologo». Tuttavia, essi non ritengono che questa modalità procreativa – che ricorre a gameti estranei alla coppia di aspiranti genitori – risulti lesiva dell’interesse del figlio, rigettando così la tesi dell’Avvocatura generale dello Stato, secondo la quale la lesione è duplice: quella causata dal rischio psicologico correlato alla presenza di figure genitoriali molteplici e potenzialmente conflittuali tra di loro, e quella derivante dalla violazione del diritto a conoscere la propria identità genetica. Su questo punto torneremo successivamente, trattando della (presunta) assimilabilità della PMA eterologa all’adozione.

Il concetto di «fondamentale e generale libertà di autodeterminazione» in riferimento alla generazione di un figlio accarezza l’idea che esso/a sia un “bene disponibile” nei confronti dell’elezione della coppia a diventare genitori, riducendo così la persona del figlio da “soggetto” ad “oggetto”. Ed è proprio l’assenza di considerazione della qualità di soggetto del concepito attraverso la PMA – in contrasto con quanto affermato dall’art. 1 comma 1 della legge 40/2004, che riconosce il concepito tra i «soggetti coinvolti» (un comma sul quale non sono stati sinora sollevati dubbi di incostituzionalità) – a privare di autentica ragionevolezza e moralità l’atto della fecondazione eterologa, promuovendo il principio dell’autodeterminazione a prescindere dall’oggetto (nella specie, un soggetto) che la qualifica, verso il quale è chiamata ad orientarsi la libertà e la volontà buona dei coniugi di diventare genitori.


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