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Cronaca

ETEROLOGA/ La sentenza della Consulta riduce i figli a "oggetti"

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La radice di questa posizione culturale è da rinvenire nella considerazione della PMA prevalentemente in ottica biotecnologica, di manipolazione dei gameti e dell’embrione a prescindere dal loro intrinseco significato e valore antropologico in ordine alla genealogia della persona. Ciò porta alla separazione di diritto di quello che, di fatto, è inscindibile nella realtà: la determinazione di procreare dalla modalità con cui la procreazione avviene e dalla costituzione del generato. Una concezione dualistica della PMA che non tiene conto di tutti i fattori della sua complessa realtà, resa ancor più intricata dal ricorso a gameti estranei alla coppia.

3. PMA eterologa ed adozione considerate come un’unica fattispecie giuridica. In almeno due punti del testo la Consulta richiama le norme che regolano l’istituto dell’adozione in favore dell’ammissibilità della PMA eterologa. Secondo i giudici, «il progetto di formazione di una famiglia caratterizzata dalla presenza di figli, anche indipendentemente dal dato genetico [discordanza tra paternità/maternità genetica, affettiva e legale; nda], è favorevolmente considerata dall’ordinamento giuridico». Accortisi però di una non irrilevante differenza tra l’adozione di un bambino già nato e la generazione ad hoc di un figlio attraverso la PMA, la Corte si affretta a precisare che «quest’ultimo [l’istituto dell’adozione; nda] mira prevalentemente a garantire una famiglia ai minori», come affermato dalla stessa Corte nella sentenza n. 11 del 1981. Sorprendentemente, però, anziché concludere con l’opportunità di considerare diversamente la fattispecie della lesione preordinata del diritto del figlio ad una paternità e maternità univoca e certa, presente nella PMA eterologa, da quella del rimedio (peraltro sempre un tentativo dalle conseguenze psicologiche e sociali incerte) ad un vulnus della persona del bambino avvenuto antecedentemente e indipendentemente dall’atto dell’adozione, per i giudici è «evidente che il dato della provenienza genetica non costituisce un imprescindibile requisito della famiglia stessa».

Un’affermazione, questa, in parte scontata (come non ammettere che i rapporti, anche giuridicamente rilevanti, che si creano tra i membri di una famiglia non siano vincolati alla sussistenza di una consanguineità?) e in parte oscura, per quanto concerne le ragioni che essa aggiungerebbe all’argomentazione a favore della PMA eterologa. Di certo, innumerevoli sono i casi in cui la legislazione, contemplando la tutela di un diritto fondamentale della persona (la cui violazione irreversibile non può essere ammessa), distingue tra il diritto/dovere di cercare di porre rimedio (parziale, per come possibile) a ciò che consegue dalla mancata realizzazione di questo diritto (per ragioni dipendenti o indipendenti dalla volontà di altri soggetti), dall’intenzionale volontà di compiere un’azione che di sua natura implica la mancata tutela di questo diritto fondamentale. L’adozione si configura nella prima fattispecie, la PMA eterologa nella seconda.