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ETEROLOGA/ La sentenza della Consulta riduce i figli a "oggetti"

Pubblicazione:venerdì 13 giugno 2014

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La cultura giuridica non è una regione autonoma della cultura, ma ne è figlia e di essa respira e si nutre. Il giudizio sulle legittimità delle azioni delle persone fisiche e giuridiche e dello Stato e sulle loro responsabilità è una declinazione particolare di quell’esercizio della ragione, del realismo e della moralità con il quale ognuno di noi affronta quotidianamente le circostanze della vita individuale e sociale. In ogni epoca, nel diritto si è riflessa la civiltà (o la barbarie) di un popolo, la concezione della vita che lo permea, il patrimonio di idee e di opere che ha ricevuto, accolto, sviluppato o rigettato. In una parola: la sua cultura.

Le leggi tendono inesorabilmente ad assorbire, come per osmosi, la cultura dominante o quella che aspira ed essere egemone (sia essa un’egemonia culturale democratica o totalitaria). La forma della ragione – intesa come apertura alla realtà senza censure, secondo l’orizzonte di tutti i suoi fattori costitutivi, nessuno escluso; oppure come calcolo, misura, ponderazione di alcuni di essi – e l’esercizio della ragionevolezza non sono estranee al processo legislativo e a quello giurisprudenziale.

Il grado di realismo – il credito dato ad un pre-giudizio che è nella nostra mente rispetto all’indagine appassionata e tenace della realtà, secondo un metodo dettato dall’oggetto stesso in considerazione – gioca un ruolo decisivo nella stesura, nell’interpretazione e nell’applicazione delle leggi. Il livello di moralità – l’autentica libertà della coscienza di cercare la verità appassionatamente e di amarla più di quanto siamo attaccati all’idea che di essa ci siamo costruiti; o, al contrario, una concezione di “neutralità” del giudizio che vorrebbe il giudice completamente indifferente rispetto alla realtà da giudicare, come in atarassia – incide nella risoluzione delle questioni giuridiche non meno profondamente che in altri ambiti della conoscenza e dell’azione dell’uomo.

Chi coltiva l’idea opposta – confidando in una sorta di “osmosi inversa” che vedrebbe la cultura giuridica permeare e plasmare la cultura della persona e del popolo – ha buon gioco nel rifarsi alla storia occidentale che, almeno nei paesi latini, ha visto fiorire la civiltà ed edificare la sua cultura non senza il contributo determinante del diritto romano e di quello della Chiesa. Ma dimentica che alla sorgente di entrambe (ma in modo preminente nel secondo caso, quello del cristianesimo) sta l’educazione della persona, l’introduzione del cittadino giovane e adulto al realismo, alla ragionevolezza ed alla moralità. Solo l’educazione è generatrice di cultura, e la cultura è la madre del diritto. Negli ultimi decenni l’introduzione in Occidente di alcune leggi sulla famiglia e sulla vita umana è la spia di un profondo mutamento culturale in atto nella società, dal quale emerge un’antropologia nuova, uno sguardo sull’uomo in una prospettiva progressivamente divergente da quella sviluppata sulle radici classiche ed ebraico-cristiane dell’Europa. Un segnale, quello legislativo, da non sottovalutare. 


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