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RAGAZZA SUICIDA/ Che colpe hanno i genitori se l'adolescenza è una lotta con la morte?

Pubblicazione:giovedì 26 giugno 2014

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Ho scritto un libro su uno scrittore suicida, Cesare Pavese, e nelle decine di incontri di presentazione a cui sono stato invitato ho sempre trovato qualcuno del pubblico che mi poneva la domanda sul perché del gesto estremo dello scrittore piemontese. È una domanda a cui mi sono senza eccezione rifiutato di rispondere, se non rimanendo sul vago e soprattutto facendo notare che la scelta di togliersi la vita è misteriosa e conseguenza di una catena di motivi e precedenti di difficile, se non impossibile, interpretazione. Questo vale per tutti, per un grande scrittore come per chiunque altro, anche e soprattutto per una giovane, come Rosita Raffoni, che lo scorso 17 giugno, a sedici anni, si è gettata dal tetto della sua scuola, il liceo classico di Forlì, morendo per lo schianto.

Rosita andava bene a scuola, dove aveva concluso l’anno scolastico con ottimi voti, era impegnata come educatrice nel centro estivo della sua parrocchia, aveva una famiglia normale, con genitori e un fratello, maturando nella stessa scuola. Cosa succeda nella mente e nel cuore di una ragazza così è difficile da dire: e il gesto rimarrà sempre enigmatico e di complicatissima definizione; di fronte ad esso, come per Pavese, viene più naturale il silenzio e un profondo rispetto.

Anche per questo la notizia di ieri, rimbalzata sugli organi di stampa, soprattutto locali, ha fatto più che mai trasalire: i genitori di Rosita sono stati denunciati per istigazione al suicidio e maltrattamenti in famiglia, e sono ora sotto indagine per opera della procura di Forlì. Una lettera della ragazza, trovata nello zainetto lasciato sul tetto della scuola, ha portato gli inquirenti a questa decisione. Vi si parla di proibizioni ripetute a frequentare gli amici e anche di continuare gli studi in Cina, secondo un desiderio della ragazza stessa. Forse di un voto al di sotto delle aspettative. Questo è bastato perché iniziassero le indagini, con tanto di perquisizioni in casa e sequestro di scritti e computer.

Anche stando a tutte le ragioni riportate dalla stampa, c’è qualcosa di macroscopico e sproporzionato nell’avvio di una simile azione legale ed è impossibile non pensare ai genitori che, assieme al colpo di quello che è il più grande dolore del mondo, la perdita di una figlia, ora dovranno vivere il calvario di un’indagine e forse un processo che li inchioderà per anni.

Dovranno difendersi dalla morte della loro figlia, non è assurdo? Mettiamo pure che sia comprovata la loro severità: può bastare a renderli colpevoli assoluti, aggravando un senso di colpa che già staranno provando in maniera sterminata e terribile, come tutti i genitori a cui è accaduta una tragedia del genere (e sono molti: nei due soli mesi estivi di uno degli anni scorsi in Italia si sono tolti la vita una settantina di ragazzi delle scuole superiori)?


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