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FUNERALE CIRO ESPOSITO/ "Io sono morto, ma tu per che cosa vivi?"

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Omaggio a Ciro Esposito in una curva di tifosi (Infophoto)  Omaggio a Ciro Esposito in una curva di tifosi (Infophoto)

Cosa rappresenta il calcio davvero: sportività, lealtà, gioco, divertimento? Altro?

E perché, se il Calcio con la maiuscola ha fallito, hanno ricoperto la bara di Ciro con i suoi simboli?

Si può dire allora che il calcio, anzi, la fede calcistica (la squadra del cuore, i compagni ultrà, i cori, gli  amici, metteteci quello che volete) è questione di vita o di morte: per essa vale la pena di morire, vale la pena vivere. Entrambe affermazioni stupide, me ne assumo la responsabilità.

Chiunque viva esclusivamente per la sua squadra di calcio, ha un ben vivere misero; mi spiace, credo che il vero amore sia altro, abbia bisogno di altro, magari di una donna, innamorata anche lei. Dare la vita per la squadra, cioè mettere la propria vita a rischio, la propria e quella degli altri (non intendo riferirmi a Ciro, sia chiaro, ma a chi porta coltelli, mazze, bottiglie incendiarie, pistole, alle partite) è peggio che stupido, spero siate d'accordo.

Eppure succede. Perché? Verrebbe da dire: non hanno di meglio da fare? 

Non ci sono ideali migliori per cui combattere, metaforicamente parlando?

Non ci sono altri valori da amare, più profondi, più reali, più veri?

Anche se la Nazionale ha perso, non smettiamo di lavorare, di crescere i figli, di sperare in un futuro migliore; ma forse, ci sentiamo meno fieri di essere italiani? Ci sentiamo traditi?

Chiedo scusa per tutte queste domande, il dolore spesso provoca domande, fa affiorare dubbi che vanno oltre i sentimenti e le emozioni.

È in questo modo che il dolore smuove la ragione, chiede, anzi pretende a chi resta di essere consapevole, responsabile, cioè in grado (o almeno in cerca) di dare una risposta.

È come se Ciro ci guardasse in faccia e ci dicesse: io sono morto, ma tu, per cosa, per chi ancora vivi?



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