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IL CASO/ Dall'Inghilterra il trucco di chiamare "cura" l'aborto e l'eterologa

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I trattamenti di fertilità non sono annoverabili tra le cure mediche, perché non curano niente. Sono appunto “trattamenti”: chi è sterile rimarrà sterile, chi non può avere figli continuerà a non poter avere figli. L’aborto pure, con l’aggravante che la sua pratica non solo non cura nessuna persona ma ne danneggia due. La scienza, che è una grande invenzione umana degna dell’intelligenza che ci è stata donata, si è inventata il modo per rimpiazzare l’atto procreativo, laddove appunto impossibile a causa della sterilità o della omosessualità, con l’atto artificiale tra le quattro mura dell’ospedale, riuscendo a realizzare il desiderio di tanti di diventare genitori. Ma un medico è prima di tutto un uomo con senso morale, dunque legittimato a rifiutare ogni atto non medico che sia contrario ai suoi principi etici.

Il diritto all’obiezione di coscienza è sacrosanto. Eliminarlo vorrebbe dire venire meno a quel principio di libertà di scelta a cui si appellano coloro che vogliono vedere realizzati i propri desideri, anche quando sono contro natura. Se a un uomo viene richiesta un’azione che va contro la propria morale (azione che si reputa cioè sbagliata moralmente) anche in modo indiretto (cioè quando non si è diretti interessati dell’atto moralmente sbagliato, ma se ne sarebbe una concausa, come nel suicidio assistito), si è moralmente obbligati a non compiere quell’azione. 

Il medico che si è visto richiedere di intervenire per un trattamento di fertilità per poter far avere dei figli ad una coppia di lesbiche e si è rifiutato di operare perché riteneva moralmente sbagliato per principio che una coppia omosessuale avesse dei figli ha avuto il diritto, e soprattutto il dovere, di seguire la sua coscienza. Non era in gioco la vita di una paziente ma solo un desiderio che sicuramente qualcun altro si sentirà legittimato a realizzare, con buona pace della libertà di scelta. 

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