BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL CASO/ Simone Scuffet, perché dire no all'Atletico Madrid rende così felici?

Pubblicazione:sabato 19 luglio 2014

Simone Scuffet (Infophoto) Simone Scuffet (Infophoto)

La mamma si chiama Donatella, il padre Fabrizio e lui per l'appunto Simone Scuffet, diciotto anni compiuti a maggio e un viso sufficientemente brufoloso come si conviene a un adolescente. Cosa c'è dunque di strano o anomalo in questo ragazzo per cui ne hanno parlato tutti i giornali, il web si rimpalla il suo nome? Ebbene, manco fosse emulo di Celestino V, a lui si deve il Gran Rifiuto:

"L'Atletico Madrid può aspettare, siamo contenti così – ha dichiarato suo padre -. Vagheggi, il suo procuratore, ci ha relazionato sull'offerta proveniente dalla Spagna e abbiamo deciso di comune accordo con Simone di far saltare tutto". In aggiunta poi la precisazione, pare della mamma stavolta, che suo figlio sta frequentando Ragioneria, l'anno prossimo affronterà la maturità, meglio diplomarsi, prima. Poi si vedrà.

Con queste due frasette sono stati liquidati due dei mostri sacri dei nostri giorni: il Calcio, quello dell'Atletico Madrid, il club vincitore della Liga spagnola, e i Soldi, mica sciocchezze, ben 4,5 milioni di euro per un contratto quinquennale. La squadra con cui gioca il giovane portiere, l'Udinese, aveva in mano un accordo da più di dieci milioni, e non sono bazzecole, di questi tempi. Ma Simone si accontenterà di 300mila euro l'anno, per stare nella sua città, andare a scuola e maturare: resta sotto il sole dei suoi cari, degli amici, dei compagni di squadra, perché si speri arrivi a un "meglio" per la sua vita.

Tanto di cappello, verrebbe da dire, o, che coraggio, o ancora, un'occasione così potrebbe capitare una sola volta nella vita, cogli la mela dall'albero… e via andare, i commenti si sprecano. Non si sa bene se restare ammirati da una decisione tanto controcorrente o invece delusi, per l'atteggiamento forse pusillanime, eccessivamente protettivo della sua famiglia. Protettivo anche il fatto che lui, Simone, non ha parlato, bensì il suo procuratore e i suoi: ci sia stata un'invasione di campo?

Intanto si può dire che resta in Italia un grande talento, una vera giovane promessa, che lo fa a quanto pare non perché allettato da una migliore occasione economica e lavorativa, ma perché i suoi valori, i suoi genitori, lo hanno tenuto stretto. Non trattenuto fallosamente per la maglia mentre era in area (è un portiere però, scusate) di "rigore" dei suoi, ma proprio tenuto come in un abbraccio, amoroso, di cura. 

Non sarebbe bello che succedesse così davvero a tutti? Che la smettessero di fuggire i nostri migliori ragazzi, che sono il tesoro maggiore che possediamo (un genitore sa bene cos'è il suo tesoro, sa come proteggerlo, sa quando è pronto) ed è significativo come questo sia accaduto non per un "intervento legislativo" ma per un gesto amoroso della sua famiglia? Non sarebbe bello allora poter mettere tutte le famiglie in grado di aiutare tutti i ragazzi a decidere il meglio per loro, il tempo e il luogo giusti? Ripartire dai "vivai" si sentiva dire dopo il rientro mesto dal Brasile della Nazionale: ebbene, chi chiede i vivai non sono i grandi dirigenti, sono i ragazzi stessi, li ascoltiamo per favore?


  PAG. SUCC. >