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MOSCHEA A MILANO?/ Pisapia, attento alla "trappola" degli amici del Califfo

Giuliano Pisapia, sindaco di Milano (Infophoto) Giuliano Pisapia, sindaco di Milano (Infophoto)

Inoltre ho avuto modo di riportare in aula di Consiglio una notizia resa nota su Panorama da un ricercatore dell'Ispi, prestigioso istituto di studi internazionali. Lorenzo Vidino, sul numero del 30 aprile del 2014, denuncia che Musa Cerantonio, un 29enne australiano di origini italiane convertitosi all'islam radicale, «predica su internet e in tv, ispirando centinaia di occidentali ad andare a combattere in Siria per cacciare Bashar al Assad». E che «proprio nel capoluogo lombardo è stato ospite di una delle moschee del Coordinamento associazioni islamiche di Milano (Caim), l'organizzazione che sta per ottenere il permesso di costruire la moschea in vista dell'Expo».

Il punto decisivo di tutta la discussione è proprio questo: chi si intende legittimare quale interlocutore privilegiato. Dopodiché si può anche riflettere sulla realizzazione di un'unica grande moschea (come a Roma, tra l'altro), piuttosto che tante piccole di quartiere. Ma è chiaro che in gioco non c'è la difesa o meno della libertà religiosa. Come potrebbe esserlo nella città dell'Editto di Costantino, che ancora oggi ospita 18 luoghi di culto di confessioni cristiane diverse dalla cattolica e una ventina di sinagoghe? Il nodo da sciogliere è solo uno: con quale islam si vuole dialogare. Di più: quale si vuole legittimare. Sapendo che l'eventuale scelta è connessa con quanto sta accadendo al di là del Mediterraneo. Pensiamo all'Iraq e alla proclamazione del nuovo Califfato, con la conseguente cacciata dei cristiani da Mosul. Presto quei profughi potrebbero approdare sulle nostre coste, insieme ai siriani. E la Giunta cosa fa? Non è secondario il problema di chi si legittima se si viene a sapere che un'associazione piuttosto che un'altra invita i fiancheggiatori del jhiadismo internazionale, di fatto permettendo loro di fare propaganda per ricercare nuovi adepti. Non è secondario se si pensa che una sessantina di profughi giunti in Stazione centrale nelle scorse settimane è accolta in alcuni dei centri culturali islamici pur presenti in città.

Il grido d'allarme giunge proprio da quelle realtà di cittadini stranieri di fede musulmana che vive e opera sul nostro territorio, contribuendo alla creazione di ricchezza e lavoro. Giunge dalle associazioni degli egiziani, dei marocchini, dei somali. Giunge da quel 19% di stranieri, secondo dati della Camera di Commercio, titolari di impresa. Il fatto che al prossimo bando sui luoghi di culto annunciato dalla Giunta possano partecipare solo le sigle iscritte all'Albo delle religioni, fuori da qualunque tracciato istituzionale e statale, aumenta i rischi che prendano piede in città i pessimi interlocutori legittimati da Pisapia e i suoi. Proprio nel drammatico contesto in cui vengono a trovarsi le popolazioni arabe del nord Africa e del Medioriente.

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