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IL CASO GIOTTO/ Elvin, il carcere e quei segreti "rubati" per diventare grandi pasticceri

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Premio Gastronauta  Premio Gastronauta

All’evento erano presenti in via straordinaria anche alcuni detenuti pasticceri, dipendenti di Officina Giotto, in permesso premio per alcune ore. «Io in carcere ho cominciato a lavorare quattro anni fa», racconta Tahiri, 29 anni, kossovaro. Dopo i primi colloqui sono stato assunto, prima all’assemblaggio delle valige Roncato, poi in cucina e ora in pasticceria. Questo lavoro è veramente pane per i miei denti. Sto assimilando un mestiere importante, ogni giorno qui si impara qualcosa di nuovo. E questo premio dà una marcia in più a noi e ai maestri pasticceri che fanno un gran lavoro al nostro fianco».

Racconta invece Elvin, 39 anni, albanese: «Ho cominciato guardando gli altri per “rubare” i segreti del mestiere. Poi poco a poco mi sono messo a fare i panettoni e vedevo che mi riuscivano bene. Oggi ho molto ampliato la mia esperienza di artigiano. Fra poco comincia la semilibertà. Mi piacerebbe fare il pasticcere anche fuori. È un mestiere bellissimo, che non finisci mai di imparare, poterlo fare anche fuori sarebbe un sogno per me».

Alla fine foto di rito con i premiati e rinfresco a base naturalmente delle squisitezze del penitenziario padovano. Alla premiazione sono intervenuti il prefetto di Padova Patrizia Impresa, il direttore della Casa di reclusione Salvatore Pirruccio e il sindaco di Curtarolo Fernando Zaramella. Importante anche la presenza del nuovo provveditore alle carceri del Triveneto Enrico Sbriglia. «Ogni persona è una risorsa, la nostra comunità non può permettersi di perdere nessuno per strada», la riflessione proposta dal responsabile degli istituti penitenziari del Nordest, «solo così possiamo fare sicurezza. Quando riusciamo a riportare in un ciclo sano una persona che ha commesso un reato, noi facciamo sicurezza, con costi ben più bassi rispetto a quelli dei lunghi processi e dei sistemi di controllo, che comportano fatiche enormi non sempre accompagnate da risultati». «Una strategia utile, ha aggiunto Sbriglia, «è tornare a interessarsi della persona, anche se colpevole di reati. Abbiamo l’obbligo di provare a ricostruire la persona. Il caso Giotto dimostra che ci sono ampi spazi di intervento all’interno di un mondo come il carcere che molti vorrebbero separato». Perché il carcere, ha ricordato anche Boscoletto, «non nasce dal nulla. È figlio della nostra società. Non dimentichiamolo».

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