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Cronaca

PAPA IN COREA/ Un milione (più uno) per 124 uomini, il vangelo è "radicale"

La messa di papa Francesco nella spianata di Gwanghwamun (Infophoto)La messa di papa Francesco nella spianata di Gwanghwamun (Infophoto)

Paolo Yun venne decapitato perché fece seppellire sua madre secondo il rito cattolico, in barba alle rigide pratiche funebri confuciane ordinate per editto dal governatore di Jeonju e dalla corte del re. L'atto di bruciare le tavole legate alla religiosità animista gli costarono la testa. Decapitato per sentenza del sovrano. Le cronache raccontano che andò incontro al boia "felice come uno che stava andando ad un banchetto". Il suo volto insieme a quello di molti altri ieri campeggiava nella grande piazza di Seoul e la purezza della loro testimonianza è la lezione migliore per il cattolicesimo coreano, chiamato a non accontentarsi dell'ottima reputazione di cui gode nel paese (grazie anche all'impietoso confronto con la schizofrenia morale e il proselitismo aggressivo protestante) ma a dare concreto seguito a quella storia eroica.
Francesco ha chiesto di mettersi in ascolto del grido dedi poveri, che non mancano nel terreno fertile su cui pascola la "tigre asiatica", dove è vero che gli indici di crescita sono preceduti sempre dal segno positivo, e che il Pil pro capite è 23 volte quello della vicina Corea del Nord (grazie anche al "Made in Korea" di tecnologica definizione) ma anche gli "scarti" della frenetica e a volte ansiosa rincorsa ai piani alti dell'economia mondiale non mancano. Il Papa li ha incontrati, i residui dell'efficientismo coreano, sempre ieri, volando a Kkottongnae, la collina dei fiori a sud di Seoul, dove padre John Oh Woong Jin negli anni 70 ha costruito una cittadella della solidarietà cristiana. Francesco ha passato metà del suo terzo pomeriggio coreano ad accarezzare corpi deformi, braccia molli, teste ciondolanti. Disabili e malati mentali raccolti in una delle innumerevoli strutture create negli anni dal carismatico operaio della carità. Si è tolto le scarpe per entrare, come d'uso da queste parti in segno di rispetto per i malati, e poi ha ascoltato e abbracciato molto, facendosi strumento di consolazione.
Ecco la parola magica, consegnata quasi in sordina in uno di quegli appuntamenti fuori programma di cui ha farcito il suo viaggio, la visita all'università dei gesuiti a Seoul, la Sogang. In famiglia, tra i suoi, il giorno prima, chiacchierando amabilmente aveva indicato l'unica ragione della presenza cristiana, in particolare quella religiosa (parlava a dei confratelli in fondo): consolare il popolo di Dio, lenire le tante, troppe, ferite, mostrare la misericordia infinita di Dio, il suo amore balsamico. Tutto in questo viaggio asiatico, dalla spilletta gialla sulla mantellina candida (segno di solidarietà con le vittime del naufragio del traghetto Sewol), al battesimo da amministrare in nunziatura, ai baci ai bambini down di Kkottongnae, non fa che rendere plastica questa sua unica convinzione. Non esiste che una missione per il Papa: asciugare le lacrime e mostrare la bontà di Dio.

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