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MEETING 2014/ Pizzaballa: cosa può fare il cuore di fronte al dramma?

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L'incontro al Meeting di Rimini 2014 (InfoPhoto)  L'incontro al Meeting di Rimini 2014 (InfoPhoto)

Molto più che in Europa, il Medio Oriente è sempre stato il crogiolo di differenze religiose. Ebraismo, Cristianesimo e Islam hanno il loro cuore e le loro radici in Medio Oriente. Ciascuna di queste fedi ha poi conosciuto divisioni e sviluppi interni vivacissimi: sunniti, sciiti, cristiani ortodossi, copti, siriaci e tantissime altre comunità sono sorte lungo i secoli, rendendo il Medio Oriente - unico nel suo genere in tutto il mondo - un luogo di convivenze. Va detto che le convivenze non sono mai state facili e le persecuzioni lungo i secoli non sono mancate. Ma non si è mai assistito a una “pulizia religiosa” del tipo a cui assistiamo oggi.

Medio Oriente luogo di convivenze? Sì, certamente più di ogni altra parte del mondo. Mi spiego con una realtà che tutti conosciamo. Se in Italia, o in un Paese europeo, in Occidente, capita di vivere un momento di incontro/dialogo con persone di altre fedi e tradizioni religiose, generalmente è all’interno di una cornice che ne smussa gli angoli, che ne enfatizza le virtù: noi vogliamo vedere il meglio e loro vogliono offrirci il meglio di sé. In Medio Oriente quando s’incontra un ebreo, un musulmano, un copto, un armeno, ciascuno resta se stesso. Ci incontriamo in una quotidianità che non è un momento altro di vita, ma viviamo insieme gli stessi problemi, ognuno di noi con la propria cultura, la propria fede, le proprie tradizioni. Di comune ci sono le difficoltà quotidiane, proprio quello che viene deliberatamente escluso se questo incontro avvenisse in Occidente. E questo è convivere: vivere-con gli altri, senza prevaricazioni, senza imposizioni, senza spirito di conquista…

È importante comprendere che le appartenenze religiose sono ancora oggi in tutto il Medio Oriente anche appartenenze sociali e culturali. La fede non è solo un’esperienza religiosa personale, ma è anche definizione di un’identità personale e sociale. La religione è determinante, sia in senso strutturale, sia in senso storico, culturale ed umano. È raro trovarvi traccia di elementi laici, nel senso introdotto in Occidente dalla Modernità, dove Stato e Chiesa sono tenuti distinti e dove la fede è solo un aspetto più o meno rilevante della realtà sociale. In Medio Oriente la religione entra in tutti gli aspetti della vita quotidiana, pubblica e privata, e la permea in profondità. Così la maggior parte della popolazione continua a regolare e a scandire la propria esistenza sulla base di un ethos religioso consolidato, tipico dei vari gruppi d’appartenenza e profondamente interiorizzato dai membri di ciascuna comunità.

La componente religiosa costituisce quasi sempre un elemento essenziale nella costruzione dell’identità personale e tende ad esprimersi in alcuni tratti specifici, distintivi e ricorrenti, tra cui per esempio, la partecipazione attiva alla preghiera rituale e alle celebrazioni, il modo di vestire, la scelta di esporre e di indossare oggetti e simboli specifici del proprio credo confessionale, la scelta dei nomi dei figli. Inoltre, ogni individuo riceve alla nascita un numero di identità accanto al quale è posta una sigla che definisce la sua fede di appartenenza. Essa diventa dunque parte integrante della sua identità civile: ciascuno è definito e considerato cristiano, ebreo o musulmano indipendentemente dal fatto che sia praticante o meno. Infine, all’autorità religiosa vengono delegati molti aspetti della vita del Paese. Un esempio significativo è rappresentato dal matrimonio: non esistono matrimoni civili, il matrimonio è sempre religioso con notevoli conseguenze a livello sociale.

L’appartenenza religiosa, quindi, oltre a definirsi in relazione a sé, ti definisce anche in relazione all’altro. La propria esperienza religiosa e sociale è anche definizione della propria relazione verso l’altro, a livello personale e sociale. Due abitanti di Gerusalemme, pur avendo la stessa cittadinanza, se appartengono a due fedi diverse, avranno due modi di porsi assolutamente diversi rispetto ai problemi comuni e risponderanno a due modelli sociali completamente diversi. Si può insomma essere atei, ma si rimane comunque ebrei, cristiani o musulmani e così via.

Questa forma di convivenza interreligiosa – che è altra cosa rispetto all’integrazione, che è una sfida occidentale – ha caratterizzato il Medio Oriente per secoli, anche se in maniera mai semplice e lineare, e ne forma comunque il carattere costitutivo. È per questo che cristiani delle diverse confessioni, musulmani sunniti, sciiti, yazidi, curdi, alawiti, druzi, ecc. fino ad oggi sono ancora qui in Medio Oriente.

La preoccupazione principale in questo momento sta proprio nella paura per l’ascesa al potere soprattutto in Siria e in Iraq, ma non solo, di movimenti islamici integralisti. Le immagini che vediamo quotidianamente scuotono le nostre coscienze. Mi riferisco in particolare al cosiddetto Stato Islamico o Califfato, che ha preso di mira non solo le minoranze non islamiche, ma anche gli stessi musulmani che non condividono la loro dottrina. Le domande su questi movimenti oggi sono al centro delle preoccupazioni di intere comunità religiose, in tutto il Medio Oriente.

All’interno delle comunità cristiane si assiste ad una crescente tensione, al rimpianto forse di garanzie perdute, alla tentazione di andarsene, che a volte è diventata addirittura una necessità, come abbiamo visto in Iraq. Quanto è stato fatto ai cristiani e agli Yazidi nella piana di Ninive è semplicemente vergognoso.

La ‘pulizia religiosa’ di cui si sta macchiando il cosiddetto Stato Islamico, ma che è sottile anche in altre parti dei Paesi arabi, va in primo luogo e soprattutto contro la storia e il carattere del Medio Oriente e non può essere passata sotto silenzio. È necessario che tutte le comunità religiose alzino la voce contro questo abominio. Il mondo islamico ha cominciato a reagire, finalmente, ma onestamente, dobbiamo dire che ci è sembrato assai timido nella denuncia. I media arabi non hanno proprio esagerato nel riportare le dichiarazioni dei vari leaders religiosi musulmani.

Il dialogo interreligioso in questo momento non può prescindere da una denuncia comune e forte di quanto sta accadendo. Lo richiede la gravità del momento e la necessità di continuare a vivere e dialogare insieme.

È chiaro, inoltre, che questo tipo di fanatismo deve essere fermato, se necessario, anche con la forza, con tutte le garanzie necessarie. L’uso della forza, tuttavia, senza una prospettiva di ricostruzione su tutti i piani, non risolverà nulla. La forza ferma, distrugge. Se però non si costruisce, il vuoto creato dall’uso della forza darà vita ad un maggiore estremismo. Perché c’è sempre qualcuno più puro e più giusto di te...



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