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CRISTIANI PERSEGUITATI/ Noi, ovunque "stranieri", a Mosul come a Milano

Pubblicazione:lunedì 1 settembre 2014

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Cosa insegnano i Testimoni di libertà che hanno chiuso il Meeting 2014? Oltre a raccontare le loro vicende, nelle varie periferie del mondo, cosa comunicano a noi occidentali i Bhatti, i Warduni e i Kaigama? Il caso iracheno, in particolare, una cosa molto semplice: la minoranza cristiana, con il suo carico di opere imprenditoriali, sociali ed educative (dalle quali, riguardo a queste ultime, spesso esce la classe dirigente araba di molti Paesi mediorientali), costituisce un fattore di ricchezza e pluralismo per la nazione che le ospita da prima dell’avvento dell’islam. La difesa di questa presenza non va identificata con una battaglia identitaria, ma coincide con la difesa di reali spazi di libertà e sviluppo per tutta quell’area. Un impegno della comunità internazionale, e in particolare dell’Europa, dovrebbe avere a cuore questo orizzonte d’azione.

C’è poi un altro importante significato insito nel dramma dei nostri fratelli perseguitati. Siano essi pakistani, iracheni o nigeriani. Ed è un pungolo per l’impegno di quanti, come chi scrive, tentano di vivere la propria appartenenza cristiana in politica. Specie per coloro che vedono la Chiesa come dato antecedente alla nostra esistenza specificamente occidentale, finendo per identificare con il bene del proprio popolo la sopravvivenza delle sue antiche forme civili e sociali. Il rapporto del cristiano con il potere, così, finisce per poggiare – com’era per i pagani – sulla canonizzazione della consuetudine.

I cristiani iracheni, nigeriani o pakistani, al contrario, dicono che il rapporto con il potere è irrimediabilmente segnato dal martirio. Non è un caso se Papa Wojtyla indicò in Tommaso Moro il patrono dei politici. L’appartenenza alla Chiesa, alla civitas caelestis, relativizza qualunque progetto di potere che pretendesse di meritare «una sollecitudine d’ordine supremo», come scrisse l’allora cardinal Ratzinger, e per questo rende i cristiani «comunità di stranieri» all’interno di uno stesso contesto nazionale (cfr. L’unità delle nazioni, Morcelliana, pp. 101-111). E «ciò si mostra nel fatto che la Chiesa è per essenza Chiesa di martiri». Che non vuol dire esclusivamente comunità di vittime ingiustamente sacrificate, bensì che «la forma della sofferenza» è quella in cui vive la realtà ecclesiale per il suo «servizio alla verità», opposto al «culto politico», e il suo «dir di no alle potenze che determinano l’opinione pubblica».

Ratzinger approfondisce questo tema in un altro suo testo: L'elogio della coscienza. La verità interroga il cuore. «Sulla scorta di quanto si è detto, acquista di nuovo importanza una dottrina cristiana di cui nel nostro secolo si è a stento parlato. Essa è espressa nell'affermazione paolina: "La nostra patria è nei cieli" (Fil 3,20)» (p. 74). 


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