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LA BUONA ITALIA/ Se anche il pafè è una cosa seria

Pubblicazione:lunedì 1 settembre 2014

I partecipanti all'incontro I partecipanti all'incontro

Sarà capitato anche voi... Di programmare una giornata e scoprire a metà mattina che tutto cambia. Non si parte più per Milano e il pomeriggio è libero, da reinventare. Allora inizi a fare l’elenco degli arretrati, partendo dai più piacevoli. E riprogrammi il giorno. Al bar della piazza chiedi un pafè, che è diverso dal caffè, perché quando sei felice ti vuoi coccolare e non sta bene un caffè qualsiasi, tipo brodaglia scura e un po’ amara, come quelle che sovente servono al Nord. Il pafè ha qualcosa di immaginifico e di concreto, come a Napoli. E viene servito con la testa di moro, quasi una crema, che poi sotto racchiude il calore intimo del caffè espresso.

Fu Gastone, al secolo Antonio Miglio a inventare questa immagine, che bisogna pretendere, al punto che un caffè che non è pafè andrebbe rifiutato. Voglio un pafè, e anche il barista si impegna perché ha capito senza che glielo spieghi: “Ah si un pafè!”. E lo zucchero non serve, sul pafè, tanto che rimane sospeso sulla testa di moro come una forfora. Il pafè rende piacevole anche il dopo: un antico toscano da accendere con un bic color nocciola (solo accendini color nocciola, un poco più chiari della testa di moro del pafè, ma sempre in linea con quel colore rassicurante). E poi questa sera, sempre per restare in tema, c’è tutto il tempo per raggiungere Rocchetta Ligure, dove c’è la Locanda Mamma Maria (fra. Borassi - tel. 0143 94183), che è l’agriturismo della “brunetta” dei Ricchi Poveri. Ma si proprio Angela Brambati, che fra queste colline selvagge, ancora Piemonte, si è cimentata in una nuova versione della prima cosa bella. Arrivi alla frazione Borassi che è ancora sera e le acque della piscina riflettono l’ultima luce del giorno. E’ un venerdì sera, e non c’è nessuno. Eppure il posto è bellissimo. Angela non c’è: è in tournée all’estero a far rivivere il mito della canzone italiana. Ma a rappresentarla, in un angolo della sala di pranzo, ci sono tre telegatti, e vari riconoscimenti alla sua carriera.

Beviamo Barbera, ma c’è anche l’ottimo Dolcetto di Ovada della Caplana, per accompagnare il tagliere di salumi, le zucchine ripiene, un piatto di trofie al pesto con le patate buonissime, che da sole valgono il viaggio, e i tortelloni ripieni di ricotta al limone. Buono anche l’arrosto della vena, prima dei dolci fatti in casa, da una giovane brava cuoca. Si spendono 30 euro coi vini e quando esci un capriolo solitario e bellissimo ti taglia la strada elegantemente, mentre ti avvii verso la Val Borbera.


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