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ETEROLOGA/ Non è il "liberi tutti" delle Regioni che cambia in diritto un desiderio

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Difficile non riconoscere le sue ragioni in una situazione drammatica come è quella attuale per gli anziani, i malati cronici e i disabili. È il loro diritto alla salute che viene messo a rischio, in molti casi a costo della vita. Il tema dell'eterologa è molto delicato, perché anche in questo caso si parla di una malattia: la sterilità, e bisogna dare una risposta alle coppie affette da questa patologia, sia sul piano clinico che sul piano della ricerca scientifica. In questo modo si potrà ottemperare alla sentenza della Corte costituzionale che ha sancito, per loro, il diritto alla genitorialità.

Il desiderio di avere un figlio merita il massimo rispetto, richiede attenzione a livello di tutta la società, non a caso anche la legge 194 parla di tutela sociale della maternità, e va incoraggiata in un Paese a crescita demografica prossima allo zero, tanto da essere stato definito il Paese delle culle vuote. Il desiderio di un figlio in coppie a cui non basta la Pma omologa e chiedono di accedere all'eterologa proprio perché hanno già compiuto un tragitto difficile e complesso, spesso doloroso e costellato di delusioni. Ma un desiderio, per quanto intenso e legittimo, non è un diritto, e per questo non può pretendere piena attuazione, anche a costo della salute di altri, che versano in condizioni oggettivamente più pesanti delle proprie. Non basta neppure una legge per trasformare un desiderio in un diritto, ma certamente una legge può regolare il desiderio e inquadrarlo in modo più ampio nel contesto sociale. 

I tecnici degli assessorati regionali alla Salute di tutta Italia possono cercare un accordo su un ticket comune, ma – una volta respinta l'ipotesi del decreto - serve una legge che inserisca l'eterologa tra le prestazioni che le regioni devono obbligatoriamente inserire nei Lea. C'è un problema di etica pubblica che non solo deve distinguere attentamente tra diritti e desideri, ma deve procedere anche ad un bilanciamento dei diritti, perché non tutti hanno lo stesso peso. Sono tematiche delicate delle quali è giusto discuterne insieme in Parlamento prendendosi tutto il tempo per farlo.

Serve un regolamento da parte del ministero per recepire la direttiva Ue sull'utilizzo dei gameti in modo da non incappare in una procedura di infrazione, ma soprattutto occorre scongiurare eventuali problematiche quali il rischio di commercializzazione dei gameti, ad esempio. Serve un registro dei donatori, che preveda un limite di età sia per i donatori che per le madri ed è necessario individuare il punto di equilibrio tra il diritto all'anonimato da parte del donatore e le sue responsabilità nei confronti di chi comunque, a tutti gli effetti, resta un suo figlio, genetico o biologico, a seconda della terminologia che si preferisce. Certamente un conto è la donazione, altro è la paternità, ma questa è una donazione di sé del tutto peculiare: non dono ciò che ho, ma ciò che sono. La donazione di gameti è da sempre posta sotto una particolarissima tutela per gli effetti che ne possono derivare e che non è difficile intuire.