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IL CASO/ Frank ha scelto l'eutanasia perché non ha saputo amarsi

Pubblicazione:mercoledì 17 settembre 2014 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 17 settembre 2014, 9.44

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Si chiama Frank Van Den Bleeken, ha 52 anni, e rappresenta un fatto nuovo nella giurisprudenza del Belgio: stupratore seriale e assassino, dopo anni di inutili richieste, ha in queste settimane ottenuto dal Servizio federale pubblico per la Giustizia il consenso all'eutanasia, risultando afflitto da una "sofferenza psichica insostenibile" che lo ha portato ad affermare, con grande dolore, di non essere un uomo libero e di rappresentare un pericolo per la società in quanto, se potesse uscire dal carcere, sicuramente rifarebbe di nuovo quello che ha già fatto, ossia stuprare e uccidere. L'uomo, quindi, verrà nei prossimi giorni scortato dalla prigione di Bruges ad un ospedale vicino e lì, dopo essersi congedato dai propri familiari, permetterà ai medici di ucciderlo con la "dolce morte". 

Dinnanzi all'opinione pubblica tutto questo sembra "giustizia", dinnanzi agli strenui difensori del valore della vita la vicenda – invece – appare come un'altra tappa nell'affermazione lenta ed inesorabile di un nuovo totalitarismo che riduce l'esistenza ad un patrimonio a disposizione dell'individuo e della società. Difficile entrare in un argomento del genere senza sollevare polemiche o porre osservazioni "scottanti", eppure di fronte a una storia come questa emergono – come macigni – due certezze e due domande da lasciare alla riflessione comune di tutti per non fermarsi al "partito preso", per provare ad andare oltre le interpretazioni e ritrovare i fatti.

Anzitutto la constatazione più amara: c'è un uomo su questa terra che si chiama Frank Van Den Bleeken, che non è in pace, che ha una consapevolezza di sé allo stesso tempo lucida e disturbata. In molti campi, oggi come nell'epoca classica dell'Occidente, l'equilibrio psichico viene assunto a meta ultima dello sviluppo umano, a obiettivo desiderabile per vivere in modo sostenibile le complessità dell'esistenza. In realtà nessuno dice che l'equilibrio, ossia l'equidistanza da tutto quello che siamo e che abbiamo dentro, è solo una mera utopia: ciò che siamo o lo si accoglie e lo si integra nella nostra personalità oppure lo si rifiuta, lo si respinge e lo si abbandona. Van Den Bleeken ha fatto proprio questo: ha deciso che quella parte terribile di sé, che bussava alla sua porta attraverso un atroce impulso al male e alla violenza, non era una parte con cui si poteva vivere, non era qualcosa da ascoltare, da comprendere e da curare. Era solo l'incarnazione di tutto quello che lui non voleva essere. 

Risuona profetica, lo capite benissimo, quell'espressione di Gesù che stabilisce che l'uomo è destinato ad amare l'altro come ama se stesso. Van Den Bleeken non è riuscito ad amarsi, non è riuscito a incontrarsi e a perdonarsi, e ha quindi permesso che questa tremenda parte di sé crescesse da sola, abbandonata, incapace di essere davvero accompagnata e fatta maturare. 


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