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PIETRO E ALESSANDRA/ Quel male che abita il cuore di tutti ci deve interrogare

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Pietro e Alessandra (Immagine dal web)  Pietro e Alessandra (Immagine dal web)

Chiaro, io che sto qui scrivendo non ho mai ammazzato nessuno e probabilmente materialmente non riuscirei a farlo, né probabilmente sarei in grado di sacrificare la mia vita per toglierla a qualcun altro (anche se di questo non ne potrò mai essere definitivamente certo).

Però, io come tutti gli uomini, conosco bene il male e lo faccio ogni giorno. Quante volte ci è capitato di ferire qualcuno a cui vogliamo bene, anche soltanto per rivalerci di un qualsiasi gesto che ci era sembrato ingiusto (e che magari lo era veramente: questo conta ben poco)? Anzi, quanto più riponiamo aspettative o affetto incondizionato nell'altro, tanto più è facile uscirne feriti. E – come da istinto naturale – quando si è feriti, se l'istintività non viene frenata da qualcosa di esterno, si diventa molto più aggressivi. 

A maggior ragione questa aggressività, questo germe di male insito nel profondo dell'animo umano, si acuisce vivendo in una società, come la nostra, in cui l'amore, l'affettività e tutti gli altri sentimenti umani sono identificati con il possesso della persona o della cosa desiderata da una parte e dell'affermazione esasperata di sé come misura di tutte le cose dall'altra. Quando l'oggetto del desiderio viene meno, la combinazione fra il male dell'uomo e le dottrine del Padrone del Mondo (citando il titolo di quello che Papa Francesco ha definito come uno dei suoi libri preferiti) può diventare esplosiva. E nessuno di noi, nessuno, a maggior ragione io che sto scrivendo, può considerarsi immune.

Davanti al terribile disegno di morte, così lucido e soppesato in ogni minimo dettaglio, che Pietro Di Paola aveva tracciato per sé e per la povera Alessandra, l'unica riflessione che non dovrebbe mai essere nascosta, per quanto scomoda è che nell'uomo esiste strutturalmente il male. Chi è credente può chiamarlo “peccato originale”, chi non lo è può chiamarla “condizione strutturale dell'uomo”. Il concetto non cambia: questo è un dato di fatto e chiunque provi a sottrarsi a questa legge prima o poi dovrà scontrarsi con la sua stessa natura, quale che si a lo sforzo volontaristico messo in campo.

Vengono in mente i versi di Claudio Chieffo e della sua canzone “La Nuova Auschwitz”. Di fronte ai crimini del nazismo, il cantautore forlivese constatava che, al netto delle petizioni di principio, “non è difficile essere come loro”, perché in fondo, anche “loro”, i nazisti, erano gente come noi, che amava i propri figli, che  amava stare con gli amici e via dicendo. Non è difficile essere come loro, e in fondo non è difficile neppure essere come Pietro Di Paola, per quanto sia duro da ammettere.

Per questo è necessario stare di fronte a questo male che è insito in ciascuno di noi, sfidarlo continuamente senza mai negare per un solo istante la sua esistenza: è questa la sfida della contemporaneità. L'ammettere il limite dell'uomo e l'ammettere che, in fondo, la propria salvezza da quel male che “ci inabita” (tanto quanto, per Sant'Agostino, nel cuore dell'uomo inabita il desiderio del divino) non può venire soltanto da noi stessi e che, al contempo, noi stessi non siamo però soltanto quel male lì, non ne siamo totalmente definiti al punto di doverne soccombere.

Così, davanti alla morte di Pietro ed Alessandra io non riesco a fare altro che stare in silenzio e domandarmi sul "misterio etterno dell'esser nostro". Altro non so fare.



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COMMENTI
21/09/2014 - follia o abisso del cuore? (Giovanni Ange)

Il cuore dell'uomo e un abisso, dipende da cosa lo riempiamo. Forse in più occorre dire che il mio male non è soltanto ciò che mi fa sentire vicino il male compiuto da Paolo, ma è qualcosa che non è senza conseguenze sul male del mondo, attorno a me. Il mio male accresce il male del mondo rendendo possibili cose non immaginabili. Così come il mio bene.