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Cronaca

PIETRO E ALESSANDRA/ Quel male che abita il cuore di tutti ci deve interrogare

Ancora una riflessione su uno dei casi di cronaca recenti più drammatici, l'omicidio-suicidio di Pietro e Aelssandra. Da dove viene quella bestialità e quell'odio? GABRIELE GATTO

Pietro e Alessandra (Immagine dal web)Pietro e Alessandra (Immagine dal web)

"Un odio così forte da essere felice di sacrificare la propria vita per far provare all’altro la vera tristezza”.

Questo è forse il passaggio più opprimente e soffocante della lettera di Pietro Di Paola, il ventenne che a Milano ha scaraventato giù dal tetto di un palazzo milanese la sua ex morosa Alessandra Pellizzi, lanciandosi nel vuoto assieme a lei.

Ne hanno parlato in molti, telegiornali, giornali, siti internet. Certo, è una notizia che lascia basiti, che lascia letteralmente senza fiato. Come si fa, in una maniera così lucida, a desiderare per sé e per l'altro, un altro che si afferma di amare o, meglio, di avere amato tanto, un destino così orribile, al punto di essere disposti a sacrificare anche la propria vita? Sconvolge la lucidità delle parole del giovane, così meticolosa nel pianificare un gesto così inumano. Sconvolge e interroga. I media in questo non fanno altro che ribattere domande legittime e misteriose. 

Che disagio c'era dietro? Perché quel ragazzo era così solo da diventare disperato? Da dove viene quella bestialità e quell'odio? Quanto incide la follia su un gesto del genere? C'erano ragioni patologiche che hanno spinto il giovane a lanciarsi nel vuoto assieme alla ragazza cui aveva assegnato questo spietato rituale di morte?

Sono domande legittime. Tutte quante domande legittime e verissime. D'altronde, non si può rimanere insensibili di fronte ad una vicenda del genere, soprattutto quando avviene così vicina a noi. Un palazzo in una zona residenziale di Milano, un palazzo come tanti, che poteva essere quello di chiunque, anonimo ed universale. Già, la vicinanza. La logica descritta nella lettera, questo desiderio atavico di vendetta e di vedere la sofferenza dell'altro al punto di sacrificare la propria vita non è forse la stessa degli integralisti islamici che si fanno saltare in aria per seminare morte e distruzione? “Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita” è uno dei motti degli affiliati alle cellule armate di Al Qaeda e suona terribilmente vicina alle parole del ventenne. Eppure questo fatto ci sembra inspiegabilmente più vicino.

Tanti hanno provato a dare spiegazioni o a riflettere sulla vicenda. “Follia” è la parola ricorrente, quasi a giustificare una qualsiasi assenza di umano sentire in quel ragazzo. Oppure “solitudine”, o ancora “bestialità” (parola usata anche dal sacerdote Don Mazzi). Tanti, ancora, hanno provato a ricostruire il gesto seguendo una chiave psicologica, andando a scavare nel passato di un ragazzo difficile, pieno di ferite. È tutto giustissimo, chiariamo. Eppure c'è qualcosa che non torna. C'è come il tentativo di esorcizzare il male, di ritenerlo altro da sé, di considerare Pietro Di Paola un ragazzo “diverso”, un'entità diversa da qualsiasi altro essere umano, come a volersi lavare la coscienza e ritenersi del tutto avulsi da quell'odio che gli intossicava le giornate e ha sciolto nel suo acido due vite. 

Tuttavia, davanti a fatti del genere non si dovrebbe essere così netti nel nascondere le nostre mani o, peggio, nel puntare il dito (contro qualunque cosa: contro l'autore del gesto, contro la famiglia che l'ha abbandonato a se stesso, contro la società che non l'ha protetto, contro gli educatori, contro i preti e via dicendo).


COMMENTI
21/09/2014 - follia o abisso del cuore? (Giovanni Ange)

Il cuore dell'uomo e un abisso, dipende da cosa lo riempiamo. Forse in più occorre dire che il mio male non è soltanto ciò che mi fa sentire vicino il male compiuto da Paolo, ma è qualcosa che non è senza conseguenze sul male del mondo, attorno a me. Il mio male accresce il male del mondo rendendo possibili cose non immaginabili. Così come il mio bene.