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Cronaca

IL CASO/ Perché salviamo un bimbo naufrago e ne uccidiamo uno Down?

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I genitori di Titouan hanno pensato che la vita del figlio non era degna d'essere vissuta e che se fosse stato lui a scegliere avrebbe deciso di non vivere. Invece i poveretti di cui mai sapremo il nome e che venivano dall'inferno, hanno pensato il contrario e i marinai di Catia Pellegrino sono stati le braccia e le mani del loro sogno di felicità.
Ridotto al sodo, credo che il punto sia proprio questo: nessuno, ma proprio nessuno, vuole generare una vita infelice. Tutti vogliamo dare gioia, e quindi è lo sguardo sulla vita futura dei figli che cambia tutto. Se io penso che vivere sorretti da apparecchiature sofisticate sia un "non vivere", farò morire. Io qui dentro, mi sbaglierò, ci vedo il fantasma della solitudine. Perché tra i poverissimi, tra i disgraziati di ogni genere e tipo (proviamo ancora a pensare per un attimo alla sconosciuta che partorì nel bagno del centro commerciale di Lauria), prevale l'ostinata tenacia del vivere, del credere di farcela, del mettersi per mare in gommone?
Guardiamoli, perché i poveracci non sono mai soli. Sono tanti da far capottare la carretta del mare. E invece noi, ricchi, borghesi, pensierosi, dal tweet facile e dalla risorsa bio-tecnologica, quante volte siamo soli: uno o tutt'al più due? Aiutatemi a trovare il bandolo della matassa. Perché nella realtà noi che abbiamo i mezzi siamo soli e loro che sono tanti non hanno i mezzi? Come facciamo a farci regalare da loro la voglia di solidarietà, e dargli in cambio le nostre risorse?

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