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ABBANDONO DEL FIGLIO/ A una madre: "solo se siamo figli possiamo amare di nuovo"

Pubblicazione:giovedì 4 settembre 2014

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Al compimento dei ventuno anni le "ragioni del sangue" mi hanno spinto a chiedere al Tribunale dei minori di Genova il fascicolo contenente la mia storia e loro, con grande correttezza, me lo hanno consegnato con quello che c'era dentro: niente. Lei non può immaginare che cosa ho sentito quel pomeriggio dentro di me: a volte passavo degli interi quarti d'ora allo specchio cercando di scorgere nei miei tratti, nel mio sorriso, nei miei occhi, il volto e il sorriso della mia vera mamma. 

Questo dolore, questa sensazione di un amore negato cui avevo diritto, non ci sono parole per descriverli e chi oggi sentenzia su questi temi con leggerezza e saccenza dovrebbe ricordarsi che un essere umano può sopportare tutto tranne il tremendo pensiero di non essere amabile. Perché vede, mia cara signora, chi è abbandonato è proprio questo quello che a volte si ritrova a pensare: che la propria vita non meriti niente, non meriti amore, che gli altri siano un gruppo di cattivi "che non possono capire" e che ciò che si era alla nascita è sicuramente meglio di ciò che si è diventati a causa di così tanto dolore. Ma, ed è per questo che le scrivo, volevo dirle che noi arriviamo a pensare tutte queste cose terribili solo perché viviamo dentro una grande illusione: la menzogna secondo la quale questa nostra esistenza sarebbe nostra, sarebbe solo lo sterile frutto del nostro amore e delle nostre fatiche.

Quando io ho incontrato Gesù Cristo, infatti, ho scoperto che Lui aveva fatto la mia vita e quella di mia madre, ho scoperto − insomma − che Lui era mio Padre e che Lui era Suo Figlio. Le domande che lei e io ci facciamo, pertanto, non sono dettate semplicemente dal dolore, ma sono le domande che ogni madre e ogni figlio dovrebbero porsi per essere davvero seri col loro bene reciproco. Quando ci guardiamo allo specchio, in effetti, noi crediamo di portare addosso i lineamenti di chi ci ha generato biologicamente, ma in realtà portiamo addosso soltanto gli occhi e lo sguardo di un Altro, di quel Padre che ci ha amati, voluti e creati. Non sono pertanto i nostri genitori a darci la vita, noi non siamo "loro", ma è Dio che – mentre loro si incontrano nell'intimità – ci chiama all'Essere e ci fa iniziare a correre verso di Lui. 

Noi, mia cara mamma, non siamo l'esito di un progetto umano o di una notte di piacere: noi siamo un desiderio di Dio. Cristo non è un puro nome, ma è il nome dei genitori che bramo, dei Figli che attendo, degli amici che voglio e della donna che sposo. 


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COMMENTI
07/09/2014 - Grazie (luisella martin)

Grazie per questo articolo che mi ha commosso e riempito di gioia per la fede che lo anima.