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ABBANDONO DEL FIGLIO/ A una madre: "solo se siamo figli possiamo amare di nuovo"

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Gentile signora G.C.,
ho letto la sua storia sui quotidiani nazionali e so che lei, ventotto anni fa, ha fatto la coraggiosa scelta di non abortire e di dare il proprio figlio - frutto di una storia breve e ingenua con un uomo straniero - in adozione, non riconoscendolo alla nascita e cercando per lui un futuro migliore di quello che, all'epoca, lei sentiva di potergli garantire. Adesso, invece, si sarebbe altresì convinta che quel figlio sia solo "arrivato al momento sbagliato" e, dopo averlo cercato e individuato, desidererebbe tanto poterlo rincontrare. Per questo sta chiedendo aiuto alle istituzioni le quali, se con le ultime sentenze della Suprema Corte hanno previsto che un figlio non riconosciuto alla nascita abbia diritto a conoscere il nome dei propri genitori naturali, non hanno invece previsto analogo principio per le madri che "vogliano ritornare indietro sulle proprie decisioni". 

Sono in molti a essere diffidenti verso tutte queste opportunità: temono che scoraggerebbero i lodevoli desideri di adozione da parte di tanti genitori o che, ancor peggio, non darebbero alle donne non propense ad abortire quelle garanzie e quelle serenità che le aiuterebbero a scegliere per la vita e non per la morte. 

Io, in questo caso, le scrivo né come commentatore, né come prete, ma come uno di quei bimbi che - alla nascita - non è stato riconosciuto dai propri genitori ed è stato dato in adozione. Per la cronaca mi chiamo Federico Pichetto e ho trent'anni, ma so benissimo che sia Federico che Pichetto sono nomi che altri mi hanno dato dopo che, passate poche ore dal parto, la mia mamma e il mio papà mi hanno abbandonato all'ospedale "Gaslini" di Genova. 

Per anni mi sono guardato alle spalle e, pensando alla mia storia, riuscivo solo a vedere un'ombra, un ignoto dal quale, non si sa come e perché, ad un certo punto ero spuntato e venuto al mondo. Non sa per quante notti, sentendo tutto questo nel cuore, ho lottato con me stesso: da un lato, infatti, ero grato che una donna non avesse abortito permettendomi di nascere, dall'altro - tuttavia - non riuscivo a spiegarmi perché ella avesse scelto di non tenermi con sé: che cosa c'era in me di così sbagliato da abbandonarmi? Perché non avevo meritato lei e il suo amore? 

Queste domande erano il mio intimo segreto, l'intima onta che avvertivo e che non osavo esprimere per rispetto di quei genitori che, invece, mi avevano accolto e amato. Ma erano lì e, quando anche la mia famiglia adottiva si è sciolta come neve al sole rendendomi di nuovo orfano e di nuovo solo, questo grido è esploso.



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COMMENTI
07/09/2014 - Grazie (luisella martin)

Grazie per questo articolo che mi ha commosso e riempito di gioia per la fede che lo anima.