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Cronaca

IL CASO/ Dal Burundi all'Iraq, quelle donne violentate e il nostro cuore "malato"

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Per questo sento la mancanza di uomini sinceri, di uomini che stasera – baciando la loro donna – capiscano che non stanno giocando, che non è un sollazzo amarsi e fare una famiglia, che trattarsi male, a qualunque livello e in qualunque modo, significa diventare come quei delinquenti iracheni che pensano alle donne come "materiale" a loro disposizione. Io non voglio più sentir parlare di donne violentate, ma non voglio neanche più vedere piangere una ragazzina costretta a "giocare" dai suoi amici borghesi occidentali: il nemico è in casa e quegli uomini sono figli di una concezione dell'uomo che – diciamolo una volta per tutte – passa anche attraverso le nostre scuole e le nostre famiglie.

Per questo motivo sento il bisogno anche di uomini consapevoli, uomini che non gridino allo scandalo quando vedono il male perché sentono che quel male è alla portata di tutti, che quella barbarie è tale solo perché qualcuno ci ha educato a chiamarla così. Perché, sia chiaro anche questo, se in Europa non ci fosse stato il cristianesimo, anche noi saremmo esattamente così. E lo siamo ancora. Benché sia venuto Cristo, benché ci abbia salvato, benché ci abbia preso con sé. Basti pensare a Guantanamo, a Mogadiscio, a certe discoteche della borghesia bene attorno a Milano, Londra o New York e potremmo in poco tempo renderci conto che i mostri sono dentro di noi. 

Molti pensano che sia l'islam ad avere un problema. Certo, papa Benedetto ci ha spiegato che quando la fede perde il contatto con la ragione essa può diventare una pura forma di violenza perché, riducendo Dio a volontà assoluta e imperscrutabile, rende la realtà un puro arbitrio che Egli può mettere in discussione come e quando vuole. Ma questa è solo una parte della questione. Infatti il male è dentro di noi e può proliferare in qualunque cultura: i cristianissimi nazisti non sono molto diversi dagli islamissimi jihadisti e dunque è certamente un bene parlare delle difficoltà dell'islam a maturare, è bene discutere delle sue intrinseche contraddizioni di fondo ed è pure bene affermare – come ha fatto qualche giorno fa Galli della Loggia – che tutte le nostre regole e i nostri valori non sono universali, ma sono l'esito (anch'essi) di un percorso culturale ben preciso della cristianità; eppure tali argomentazioni sono insufficienti di fronte all'evidenza che il male è nell'uomo, c'è, ed è possibile in ogni tempo e in ogni cultura. 

Per questo l'unica categoria di uomini di cui non sento la mancanza oggi sono i profeti: perché mentre ne vedo sempre meno tra i commentatori e i politici del Vecchio Occidente non posso fingere che a Roma non ve ne sia uno che Dio ha voluto, direi non a caso, che in questi anni fosse "l'uomo vestito di bianco".