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IL CASO/ Dal Burundi all'Iraq, quelle donne violentate e il nostro cuore "malato"

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Un uomo che sa che l'unica cosa ragionevole di fronte all'orrore di questi mesi è la preghiera perché, una volta che hai fermato l'aggressore con una forza "indicibilmente superiore" a quella con cui ti ha attaccato, non gli hai ancora cambiato il cuore. E questa è una cosa che solo Cristo può fare. Non mi stupisco, quindi, che il Papa oggi ci dica che dal sangue delle tre suore uccise possa nascere la fratellanza: perché solo dalla consapevolezza del male che abita in ognuno di noi può sorgere l'unico fatto che davvero può ribaltare tutto, il perdono. 

Abbiamo bisogno di uomini sinceri, consapevoli, profetici, uomini che sappiano prendere decisioni sagge e meditate, uomini che abbiano la grazia di guardare – ancora una volta – al Golgota. Su quella croce duemila anni fa, infatti, il Cristo non ha messo sotto accusa l'ebraismo dei Giudei né il paganesimo dei Romani: ha visto che ciò che era malato era il loro cuore e ha dato se stesso per cambiarlo. Ogni giorno muoiono migliaia di persone, altre migliaia perdono la loro dignità nella violenza e nella barbarie. Io non ho parole per loro: ho solo lacrime e chiedo alla politica di fare presto, di fermare tutto questo. Ma, in realtà, sono consapevole che nemmeno la politica basta perchè la malattia più grande è dentro di me, dentro quella sottilissima possibilità che io non sia solo uno spettatore inerme, bensì – seppur dentro l'apparente ambito innocuo della mia vita – un altro spietato aguzzino.

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