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Cronaca

IL CASO/ Dal Burundi all'Iraq, quelle donne violentate e il nostro cuore "malato"

Tre suore italiane sono state barbaramente uccise nel convento di Kamenge in Burundi. Intanto i reportage parlano di donne yazide abusate e umiliate. FEDERICO PICHETTO

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La morte di Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernadette Boggian, tutte suore missionarie in Burundi, apre un nuovo squarcio sulla persecuzione dei cristiani d'oriente, una persecuzione che – per le sue proporzioni – assume ora dopo ora i connotati di un evento globale che riguarda l'Occidente come l'Oriente. Non ci stancheremo mai di ripetere, infatti, che anche l'Occidente – pur senza armi e senza aperta violenza – sta mettendo nuovamente (come mai era accaduto dall'Impero di Diocleziano in poi) i credenti in Cristo sotto attacco, contribuendo a fare di questa fine 2014 una data cruciale del rapporto tra mondo e cristianesimo. 

Per molti aspetti si tratta di eventi che il popolo di Dio ha già vissuto e che, improvvisamente, riemergono dalle polverose pagine dei libri di storia. Penso soprattutto al tema dei lapsi, di coloro che con la forza abiurano la fede cristiana e – passato il pericolo – chiedono di essere riammessi alla Chiesa, e al tema delle donne violentate che, psicologicamente, cominciano a preferire la loro stessa morte piuttosto che una libertà ferita dalla memoria delle atrocità subite. Pare, fino ad ora, che la maggioranza delle donne violentate appartengano al gruppo yazida, ma il fenomeno si allarga di ora in ora e le cristiane costrette a convertirsi per non essere abusate sono in progressivo e costante aumento. 

E comunque, anche se fossero soltanto yazide, la questione non cambierebbe. Davanti a tutto questo, infatti, non ci servono né teologi che ci ricordino che un uomo che è costretto ad abiurare con la forza può essere perdonato, né maestri che ci indichino nel martirio la suprema forma di amore a Cristo. Tutto questo lo sappiamo, tutto questo ci è intimamente chiaro: quello di cui abbiamo maledettamente bisogno, in questi giorni di fine estate, è di umanità. Ci sono due tipi di umanità di cui io, personalmente, sento la mancanza in un momento del genere: mi mancano gli uomini sinceri, uomini che capiscano una volta per tutte che il corpo non è un gioco a disposizione delle voluttà della nostra specie, ma l'elemento più determinante della nostra stessa identità. Parlare di anima e di corpo nel modo con cui siamo abituati, conversare di spirito e di carne come i nostri intellettuali sono avvezzi a fare, pensare che quello che accade al nostro corpo sia irrilevante per il nostro stesso Io, è semplicemente stupido e fuorviante: l'uomo è uno, e come quelle donne violentate si sentono violate nel loro stesso essere, così anche noi – ogni volta che ci avviciniamo e ci tocchiamo – stiamo entrando in contatto con l'essere intimo e definitivo dell'altro. La carne non è un accessorio dell'anima, ma è il confine tra la nostra coscienza, il nostro mondo interiore, e quello che sta fuori di noi.