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VIA IL LAVORO DALLE CARCERI?/ Gemma Calabresi: i politici ascoltino Francesco

"Quando ho visitato il carcere di Padova, sono rimasta colpita dalla dignità e dall’entusiasmo con cui i detenuti parlavano del lavoro". GEMMA CALABRESI chiede che l'esperienza continui

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“Quando ho visitato il carcere di Padova, sono rimasta colpita dalla dignità e dall’entusiasmo con cui i detenuti parlavano del loro lavoro. E soprattutto ho scoperto che l’incontro con Dio che ho fatto 42 anni fa, quando mi hanno detto della morte di mio marito, era lo stesso che hanno fatto queste persone in carcere”. Sono le parole di Gemma Capra, vedova del commissario Luigi Calabresi, ucciso da esponenti di Lotta Continua il 17 maggio 1972. Abbiamo sentito Gemma Calabresi a proposito del fatto che domani rischia di essere l’ultimo giorno di lavoro per i detenuti di dieci penitenziari coinvolti in un progetto realizzato da cooperative sociali e durato dieci anni. Un’opportunità importante per rieducare e riscattare chi in passato si era macchiato di crimini anche gravi. L’affidamento del servizio è scaduto a fine 2014, e per ora il ministero della Giustizia ha deciso di prorogarlo solo fino al 15 gennaio 2015.

 

Che cosa ne pensa della decisione di sospendere questo progetto?

Sono molto dispiaciuta e penso che sia veramente una decisione sbagliata. Vorrei invitare queste persone, che avranno certamente delle buone motivazioni, a farsi un giro in una di queste dieci carceri. Quando sono stata a Padova e ho conversato con i detenuti, mi hanno parlato del loro lavoro con una dignità e un entusiasmo tali che ho capito quanto il lavoro sia importante per l’uomo. Papa Francesco del resto, parlando al Parlamento di Strasburgo, lo ha detto chiaramente: “Quale dignità potrà mai trovare una persona che non ha il cibo o il minimo essenziale per vivere e, peggio ancora, il lavoro che lo unge di dignità?”.

 

Qual è stata la sua esperienza incontrando i carcerati di Padova?

I detenuti che ho incontrato mi hanno detto: “Al mattino ci alziamo contenti perché andiamo a lavorare”. Questo poi vuol dire che fanno 50 metri di corridoio, perché tutto si svolge in carcere, ma ciò che conta è il fatto di essere utili, occupati, di fare qualcosa per la società e di avere un po’ di indipendenza economica...

 

Vada avanti a raccontare, signora.

C’è chi assembla biciclette, chi valigie, chi fa il catering, chi lavora nella mensa interna. Quando ho visto, ho pensato che a fare questo non dovrebbe essere solo un gruppo di carceri sperimentali, ma tutti i penitenziari. Sono convinta con decisione che la persona che è in carcere debba lavorare, avere una sua dignità e fare delle cose utili per la società. Ritengo che si debba arrivare proprio a un’autogestione della pulizia interna e del servizio mensa in tutti i penitenziari.

 

Lei com’è venuta a contatto con il progetto di Padova?