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Cronaca

VIA IL LAVORO DALLE CARCERI/ Il magistrato: a chi da fastidio la dignità di quegli uomini?

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Chi dà ai detenuti un lavoro vero, dà, innanzitutto e prima, se stesso; si consegna ad un rapporto. Perché per lavorare bene, per darti delle competenze, devo prima credere in te, devo prima entrare in rapporto con te, e, nel corso del lavoro svolto assieme, sostenerti, aiutarti, rimproverarti, correggerti, ma dentro una logica che non è più quella inerente allo “scotto da pagare”, al sinallagma espiativo, ma  quella di un percorso educativo autenticamente umano, valido per tutti, per i detenuti come per noi. E spesso chi ha commesso reati non ha potuto vivere, guardare prima, nel suo ambito esistenziale, queste dinamiche della responsabilità interpersonale.

Ma c’è un altro importante rilievo: il lavoro vero, attribuendo competenze, qualifiche, spendibili sul mercato esterno, conferisce vera dignità a chi sbagliato. Non solo perché si impara un mestiere utile. Ma anche perché il detenuto, in questo modo, può mantenere se stesso e la propria famiglia, pagare le tasse.

Ancora: può sostenere le spese del proprio mantenimento in carcere. Nel mio lavoro ad esempio sono chiamato a pronunciarmi spesso sulla remissione del debito richiesta dal soggetto recluso privo di risorse economiche per gli esborsi sostenuti dall’amministrazione penitenziaria a titolo di costo della sua detenzione. Con la conseguenza, inevitabile, che tali spese si risolvono poi in un onere ulteriore in capo alla società.

Ed infine, ma non da ultimo, è ormai risaputo (vi sono al riguardo statistiche ormai consolidate) che il lavoro qualificato in carcere contribuisce ad abbassare notevolmente il tasso di recidiva. E’ il giudizio di convenienza umana di cui ho parlato prima - favorito da ciò che rappresenta, nel suo complesso, il lavoro vero – che costituisce l’indicatore dell’avvenuto cambiamento del soggetto.

Non solo; sottolinerei un altro effetto virtuoso derivante dall’abbattimento della recidiva: l’effetto “domino” di tale cambiamento. Un uomo che ha recuperato la sua dignità, che può spendersi in modo nuovo nella società, con delle competenze, con un lavoro onesto e competitivo sul mercato, è a sua volta esempio per altri: per i figli, i parenti, gli amici, in un contesto sociale magari già a suo tempo caratterizzato da devianza. Abbattimento della recidiva, quindi, ma anche funzione di prevenzione generale, non determinata più dal timore della deterrenza, ma dall’influsso osmotico di un modello concreto di recupero sociale autentico e conveniente per tutti.   

Non abbandonerei questa strada.

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