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SPILLO/ I magistrati, Renzi e i fatti quotidiani

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Nei giorni scorsi il Sussidiario ha pubblicato una lettera del professor Alberto Raffaelli: uno dei quattro assolti - "perché il fatto non sussiste" - dalla Corte d’appello di Venezia per il caso Dieffe. Un’inchiesta  sfociata in due processi - e prolungatasi per ben nove anni - per presunte (infine inesistenti) irregolarità contabili nell’erogazione di fondi europei per la formazione.

La lettera  sintetizza bene un costoso nulla di fatto. Costoso in termini umani per le persone coinvolte e ora scagionate. Costoso per l’erario, visto lo spiegamento nel tempo di risorse investigative e giudiziarie. Costoso per la paralisi prolungata di un pezzetto di  economia, di alcune imprese di una città importante come Padova. Costoso per la credibilità istituzionale di un ente importante come la Regione Veneto. Costoso per la società civile locale, sui cui – inevitabilmente – si sono riversati fiumi di parole, già allora in parte strumentali, oggi oggettivamente tutte infondate e improprie. Costoso, non da ultimo, per gli stessi magistrati.

Su tutto questo – un fatto quotidiano registrato dalle cronache giovedì scorso – la lettera è pressoché aliena da commenti:  salvo la notazione finale di "speranza" per il futuro dei rapporti tra i cittadini italiani e il loro sistema giudiziario.

Venerdì e sabato le cronache – nazionali e locali -  hanno registrato le cerimonie di apertura dell’Anno giudiziario.

Il primo presidente della Corte di Cassazione, Giorgio Santacroce, ha pronunciato a Roma il discorso istituzionalmente più importante ha sottolineato che la magistratura italiana dopo 'Mani pulite' ha iniziato "una parabola discendente", con la "disaffezione" dei cittadini per le "credenziali mortificanti" che esibisce, come i processi lumaca e il degrado delle carceri, ma a questa crisi di fiducia concorrono anche le "frequenti tensioni e polemiche" soprattutto tra Pm e "forme di protagonismo, cadute di stile e improprie esposizioni mediatiche".


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