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ITALIANE RAPITE/ Greta e Vanessa, nemmeno il chador nasconde la vostra ingenuità

Pubblicazione:sabato 3 gennaio 2015

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo Prigioniere di Al Nusra (Immagine dal web) Greta Ramelli e Vanessa Marzullo Prigioniere di Al Nusra (Immagine dal web)

Greta e Vanessa sono vive, e questa è la buona notizia. La cattiva è che da mesi sono nelle mani di un'organizzazione terrorista di fondamentalisti islamici, se sono confermate le rivendicazioni e le dritte dell'intelligence. Al Nusra, gruppo affiliato ad Al Qaeda, rivale dell'Isis, da cui si è distinto, per ora, anche nelle modalità e finalità di sequestro degli ostaggi occidentali. Per uccidere, i seguaci di Al-Baghdadi; per estorsione, quelli di Al-Golani, veterano della guerra in Iraq, sempre che sia ancora vivo. Ma cautela nell'accreditarli di maggiore mitezza: sono pur sempre i criminali che hanno ucciso il sacerdote olandese Frans van der Lugt, lo scorso aprile, che hanno rapito trenta  suore greco-ortodosse a Maalula. 

Greta e Vanessa sono vive. Sono apparse dimagrite, per quel che lascia intravedere il chador scuro che come l'ombra è piombato sulla loro ingenua e sprovveduta giovinezza. Quella con cui si erano ritratte, abbracciate, all'aeroporto, in attesa di partire per combattere la giusta causa. Sorridenti e piene di slancio, come si conviene a vent'anni appena, decise all'impresa più nobile e impossibile. Partire dalla bassa bergamasca per portare ai derelitti siriani, travolti dalla guerra e dalla violenza barbara, un po' di medicine, qualche vestitino, da acquistare coi pochi spiccioli raccolti con le loro mani, tra amici e compagni di scuola. 5mila euro, un tesoretto, chissà che pensavano, incuranti dei pericoli, delle dinamiche complesse del terreno di sangue in cui si andavano a ficcare. 

Convinte ancora che il bene e il male, qui come in quel medioriente estremo, si trovino distintamente separati, di qua e di là, senza possibili contaminazioni. Loro li avevano conosciuti, quelli che volevano la libertà della loro terra, qui in Italia, avevano partecipato ai cortei, ai sit-in, si erano buttate a frequentare, credere, raccogliere fondi. Pazienza se non erano così affidabili, pazienza se erano complici a loro volta dell'ingiustizia. Che ne sai, a vent'anni, quando il sogno è di essere eroi, te l'hanno insegnato in parrocchia e sui banchi di scuola, te l'hanno instillato in qualche assemblea o in qualche centro sociale, che puoi rovesciare le sorti del mondo solo volendolo.

Che peso dare agli inviti ragionevoli alla prudenza, a vent'anni. La generosità non è prudente mai, avranno pensato, c'è gente che muore, e a noi tocca fare una parte, per non essere tiepidi, vomitevoli di tiepidezza. Hanno postato qualche foto e qualche messaggio su Facebook, mozziconi di storie strazianti, di bambini massacrati dalle mine, di fame e deserto.

Poi, il silenzio, e la ricerca spasmodica di indizi per saperle ancora in vita, e sperare di riportarle a casa. Sforzi che continuano, perché fortunatamente siamo tra i paesi che trattano, che pagano, e scusate se siamo italiani, e come i francesi, ad esempio, preferiamo pagare per riportare i nostri connazionali in vita, e non in una bara, se pur avvolta da una bandiera. 


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COMMENTI
03/01/2015 - Misericordia, non coerenza (Roberto Graziotto)

Molto bello il finale dell'articolo di Monica Mondo, che rinvia al giudizio di Domenico Quirico. Per quanto riguarda l'aspetto del trattare o meno con i terroristi, io vengo dalla scuola di Leonardo Sciascia, che nel 1978 difese la tesi del trattare con le BR per la liberazione di Moro, con l'argomento che una vita di una persona vale più della coerenza - esistente? - di uno stato o di una discussione astratta sull'educazione ricevuta o meno dalle due ragazze.