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SINDROME DI DOWN/ Un calcio all'handicap

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Il problema è che adesso selezionare significa stabilire in modo grossolano chi è bravo e chi no. Posso capirlo ad alto livello, ma in quello giovanile deve prevalere una preoccupazione educativa: tirare fuori i punti di forza e svilupparli. La selezione è fatta davvero con troppa facilità. Sono capaci tutti di vedere chi è migliore e chi no, ma non di capire cosa può dare un bambino o un ragazzo fino a che non le hai provate tutte.

 

Come fate a "farle provare tutte"?

Chiediamo ai ragazzi di porre attenzione su quello che sanno fare meglio. C'è chi è forte fisicamente, chi nel saltare l'uomo, chi è più abile tecnicamente, chi tatticamente, chi è più intelligente… Le caratteristiche importanti per giocare sono queste; però quando i ragazzi sono più consapevoli, quando si accorgono delle loro specifiche capacità e sono resi partecipi dei passi che proponiamo e delle correzioni che facciamo, riescono a esprimere queste capacità in modo prima impensabile. Anche fuori dal campo di gioco.

 

In che senso?

E' successo ad esempio che alcuni ragazzi che andavano male a scuola, hanno iniziato a migliorare perché avevano applicato allo studio il metodo che avevano appreso in allenamento: concentrazione, pazienza, gradualità, affronto della fatica, pianificazione dello sforzo, utilità della ripetizione. Alcuni stanno addirittura pensando di proseguire gli studi e andare perfino all'università.

 

Il gioco del calcio per risolvere la piaga sociale della dispersione scolastica?

Stando a contatto con i giovani mi sono reso conto che il problema non è che sono troppo liberi ma, al contrario, che sono bloccati. E questo secondo me dipende dal fatto che gli adulti sono sempre meno capaci di riconoscere e tirar fuori quello che hanno dentro. Non serve avere nessun magnetismo, ma serve il desiderio di guardare i ragazzi per quello che sono. Questo basta perché ti diano fiducia e inizino un vero cammino di crescita.

 

Com'è nata invece l'idea di estendere la vostra attività ai ragazzi down? E' stata accolta senza problemi?

L'idea è nata dall'incontro quasi casuale con Guendalina Rulli, una giovane psicologa determinata a mostrare la possibilità di migliorare le capacità motorie e cognitive dei ragazzi con Sindrome di Down. Nell'autunno dell'anno scorso siamo partiti con quattro ragazzi down che ora si allenano contemporaneamente alle prime e seconde medie, seguiti da un laureato in scienze motorie, da una psicologa e da alcuni educatori. I primi risultati sono stati sbalorditivi, dal punto di vista della socializzazione e da quello fisico. Ci siamo sorpresi, anche i più esperti di noi non avevano mai visto una cosa del genere.

 

Quali risultati avete ottenuto?

All'inizio alcuni non riuscivano nemmeno a correre, dopo pochi mesi tutti tiravano in porta dal dischetto del rigore. Alla cena di fine anno si sono seduti vicini e hanno interagito tra di loro, quando di solito in situazioni del genere nessuno si staccava dalla mamma. E quando hanno finito la cena hanno preso da soli l'iniziativa di mettersi a giocare a calcio nel cortile della pizzeria. Alla fine dell'anno erano anche diventati autonomi in attività quotidiane come allacciarsi le scarpe o cambiarsi la maglietta. Autonomia e socializzazione sono obiettivi difficili da raggiungere per le persone con questa sindrome.

 

Quali obiettivi avete per il futuro? 


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