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NOZZE GAY/ Non è matrimonio: il buon senso di una sentenza laica

Pubblicazione:mercoledì 28 ottobre 2015

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La ragionevolezza giuridica supera, senza rinnegarlo, il ragionamento giuridico logico-formale, tipico di una concezione del giudicare in termini sillogistico-deduttivi, aprendosi alla realtà come una finestra che si spalanca sul mondo dell'humanum per coglierlo secondo tutti i suoi fattori costitutivi (nel caso in esame, il matrimonio nella sua essenzialità, che implica una comunione di vita tra soggetti di sesso diverso ma uguali nella dignità, nei diritti e nei doveri reciproci). «Tuttavia, affermare che il principio di ragionevolezza non appartiene alla razionalità logico-formale di tipo deduttivo non equivale a degradarlo ad una forma di "pensiero debole". Al contrario, il ragionevole esprime una ragione potenziata e più adeguata all'ambito dei comportamenti umani che essa è chiamata a conoscere attraverso il diritto. Il controllo di ragionevolezza esige una ragione concreta. […] L'universo giuridico ha bisogno di entrambe le espressioni della ragione: ha bisogno di coerenza interna e ha bisogno di apertura sulle vicende umane e sociali che deve regolare» (ivi).

Così, la lettura ragionevole dei disposti degli artt. 27 e 28 della legge 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato), che stabiliscono i presupposti di legalità del matrimonio in Italia, e dell'art. 115 del codice civile, che assoggetta i cittadini italiani all'applicazione delle disposizioni codicistiche che stabiliscono le condizioni necessarie per contrarre matrimonio anche quando l'atto viene celebrato in un paese straniero, non esclude la lettura razionale (combinata) degli stessi articoli, ma la include, suggerendo — come hanno esplicitato i giudici nella sentenza — «l'enucleazione degli indefettibili requisiti sostanziali (quanto, segnatamente, allo stato ed alla capacità dei nubendi) che consentono al predetto atto di produrre, nell'ordinamento nazionale, i suoi effetti giuridici naturali»: anzitutto, «la diversità di sesso dei nubendi quale la prima condizione di validità e di efficacia del matrimonio, secondo le regole codificate negli artt. 107, 108, 143, 143 bis e 156 bis del codice civile». Una condizione di validità ed efficacia che risulta essere «in coerenza con la concezione del matrimonio afferente alla millenaria tradizione giuridica e culturale dell'istituto, oltre che all'ordine naturale costantemente inteso e tradotto nel diritto positivo come legittimante la sola unione coniugale tra un uomo e una donna» (Sentenza cit., § 2.1).

La ragionevolezza della conclusione cui giunge la sentenza è difficilmente negabile se non si astrae dall'esperienza del matrimonio così come essa è stata vissuta nella società e nella storia del nostro Paese. Infatti, «"ragionevole" designa colui che sottomette la propria ragione all'esperienza» (J. Guitton, Arte nuova di pensare, Paoline, Cinisello Balsamo, 1986, p. 71). Una esperienza "laica", che appartiene di fatto ad ogni donna e ad ogni uomo, senza presupporre una filosofia o una rivelazione particolare che sottenda e condizioni questa "cultura del matrimonio" che appartiene a tutti. Ma che dalla fede cristiana riceve una luce particolare che ha alimentato il vissuto e l'istituzione del matrimonio come «la sola unione coniugale tra un uomo e una donna». 


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