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NOZZE GAY/ Non è matrimonio: il buon senso di una sentenza laica

Pubblicazione:mercoledì 28 ottobre 2015

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Come ha scritto San Giovanni Paolo II nel 1981, «Il "luogo" unico, che rende possibile questa donazione secondo l'intera sua verità, è il matrimonio, ossia il patto di amore coniugale o scelta cosciente e libera, con la quale l'uomo e la donna accolgono l'intima comunità di vita e d'amore, voluta da Dio stesso (cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 48), che solo in questa luce manifesta il suo vero significato. L'istituzione matrimoniale non è una indebita ingerenza della società o dell'autorità, né l'imposizione estrinseca di una forma, ma esigenza interiore del patto d'amore coniugale che pubblicamente si afferma come unico ed esclusivo perché sia vissuta così la piena fedeltà al disegno di Dio Creatore. Questa fedeltà, lungi dal mortificare la libertà della persona, la pone al sicuro da ogni soggettivismo e relativismo, la fa partecipe della Sapienza creatrice» (Es. ap. Familiaris consortio, 11).

Al di là della coscienza individuale e della eventuale fede dei singoli giudici, questa sentenza del Consiglio di Stato non rappresenta né l'espressione di una visione particolare, esclusiva del matrimonio, impervia alla ragione e ispirata da una concezione confessionale di questo istituto fondamentale della società, né un'indebita ingerenza della magistratura nei lavori parlamentari e nei dibattiti politici intorno a disegni di legge volti a normare giuridicamente alcune forme di convivenza civile. Essa ha inteso riproporre un'evidenza di sempre che ha ispirato il riconoscimento civico dell'unione coniugale così come essa si dà tra una donna e un uomo. Un riconoscimento di fatto e di diritto, che non ha bisogno di nessuna benedizione per essere a fondamento della società civile, ma che la Chiesa non può non promuovere e difendere, insieme a tutte le donne e gli uomini la cui esperienza rendere ragionevole la ragion d'essere del matrimonio tra un uomo e una donna.



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